64^ edizione – dal 23 agosto al 14 settembre 2025- a cura di Giuseppe Bertero


Si rinnova anche quest’anno il sodalizio espositivo con la Galleria GULLIarte e la Fornace Pagliero di Castellamonte che nei suoi suggestivi ambienti industriali ospita tre eventi della programmazione di Kéramos 2025.
Il primo ha aperto al pubblico il 10 Maggio con una retrospettiva dedicata al Maestro Giorgio Moiso dal titolo “COLORE, MATERIA, GESTO, sará riaperto il 23 agosto nell’ambito dell’evento della MOSTRA DELLA CERAMICA DI CASTELLAMONTE, curata ada Giuseppe Bertero.
Circa settanta opere pannelli, vasi, piatti e grandi tele, fanno da cornice ad un maestoso pannello in ceramica, esposto in un cortile interno della fornace, intitolato “Tappeto da Viaggio”.
Un’opera di circa trenta metri quadri, plasmata al Albissola e cotta a Castellamonte, la quale s’integra perfettamente nel cortile della fornace.
Il grande forno circolare, in uso dal 1867 per la cottura del grés salato, ospita la mostra aperta a Savona durante il III Festival della Maiolica, mostra dedicata al grés, con la collettiva denominata
“KÉRAMOS IN GRÉS”. Sono esposti artisti storici e museali e artisti contemporanei:
Leonardo Bartolini, Carlos Carlé, Evandro Gabrieli,
Adriano Leverone, Sandro Lorenzini, Ylli Plaka, Atsushi Shimanda,
Alessio Tasca, Vittore Tasca, Carlo Zauli.
Al primo piano della fornace, negli spazi recentemente restaurati, é ospitata la mostra del Maestro Domenico Asmone con una personale intitolata “CROMATISMI MATERICI”. Opere in ceramica e scultura, al- torilievi dai cromatismi magici, interagiscono con opere in tela, in una visuale complessiva d’allestimento cromatico
Questa mostra si trasferisce in galleria GULLIarte dall’11 ottobre fino al 23 novembre 2025.
Successivamente, come evento conclusivo della rassegna Kéra-
mos 2025, dal 29 Novembre 2025 fino al 26 Gennaio 2026, GULLIarte ospita la mostra del Maestro Giorgio Moiso“Colore, materia, gesto”.

Le mostre in programma in Kéramos2025 ed allestite a Castellamonte sono a cura di Antonella Gulli, con la collaborazione e il testo critico e la presentazione a cura di Domenico Iaracá.


GIORGIO MOISO – COLORE, MATERIA, GESTO

KÉRAMOS IN GRÉS

BARTOLINI, CARLÉ, GABRIELI, LEVERONE, LORENZINI, PLAKA, SHIMADA, A. TASCA, V. TASCA, ZAULI

DOMENICO ASMONE– CROMATISMI MATERICI

CENTRO CERAMICO MUSEO FORNACE PAGLIERO – LOCALITÁ SPINETO – CASTELLAMONTE

XI RASSEGNA DI CERAMICA CONTEMPORANEA E DEL NOVECENTO


La XI RASSEGNA KÉRAMOS 2025 , s’inaugura SABATO 7 GIUGNO ORE 19.00

L’evento é inserito nel programma “off”, nell’ambito del III Festival della Maiolica 2025.

La mostra in Galleria GULLIarte che apre questo evento nazionale, giunta alla XI edizione, é una collettiva dedicata al grés, dal titolo “KÉRAMOS IN GRÉS”, nella quale sono presentati artisti già inseriti in galleria, abbinati a nuovi artisti sia contemporanei che storici e museali:

LORENZO BARTOLINI – CARLOS CARLÉ – EVANDRO GABRIELI – ADRIANO LEVERONE – SANDRO LORENZINI – YLLI PLAKA – ATSUSHI SHIMADA – ALESSIO TASCA – VITTORE TASCA – CARLO ZAULI.

Un grande lavoro di ricerca e di coordinamento a cura di Gulli Antonella con la collaborazione, la critica, la presentazione a cura di Domenico Iaracà .

Nel contesto, é presentata un opera ed un progetto, il quale é inserito in galleria e sviluppato con il patrocinio di GULLIarte: L’ALBERELLO – IL GIOIELLO PER LA TUA CASA.

All’esterno della Galleria un grande happening con l’ APERIKÉRAMOS, organizzato dagli esercenti di 2123 e RETRO, una sodalizio tra arte e cibo.

La programmazione di KÉRAMOS2025 é sviluppata in un arco temporale che parte dal 10 Maggio2025 fino al 26 gennaio 2026.

ALESSIO TASCA

ADRIANO LEVERONE

CARLO ZAULI

CARLOS CARLÉ

ALESSIO TASCA – SFERA 1982 — ADRIANO LEVERONE – LA CULLA —- CARLO ZAULI- SENSUALITÁ 1980 — CARLOS CARLÉ CASCOTTE


”Kéramos in grés“ – a cura di Domenico Iaracá

…il grés ha una ricchezza, un calore, un’espressività che gli altri materiali non hanno”.

Carlos Carlé

“L’XI edizione della rassegna Kéramos vede la galleria GULLIarte arricchire il suo portfolio di artisti con opere in gran parte inedite o mai viste in questa sede grazie alla preziosa collaborazione di artisti, istituzioni museali e collezionisti privati. Ciò permette di tracciare un quadro significativo della ceramica prodotta in Italia negli ultimi cinquanta anni nel quadro di un omaggio a Carlos Carlé, a dieci anni dalla sua scomparsa.

La selezione operata sarà visibile sia in galleria sia in istituzioni museali fuori regione, a partire dal Museo ceramico Fornace Pagliero 1814 a Castellamonte, in provincia di Torino.

Le grandi architetture di Carlé ci legano a Leonardo Bartolini. Già dai titoli appare un interesse comune: Colonne in Carlé, Guglie e Bastioni in Bartolini, ma la trasposizione nei due appare immediatamente molto diversa. Fatta salva un’attenzione per la tettonica degli edifici riproposti in ceramica, una prima differenza si riscontra nel trattamento delle superfici: in Carlé ricorre un tratto distintivo fatto di tagli e incisioni; a questo si contrappongono le campiture uniformi di Bartolini che, partendo dagli spigoli taglienti degli edifici a cui si ispira, aggiunge i margini morbidi nelle citazioni dei cuscini giapponesi. Dal macroscopico al microscopico, dal monumentale all’oggetto della più intima quotidianità, l’artista rivolge il suo occhio attento alle volumetrie, al rapporto tra gli oggetti e lo spazio, nel significato più ampio di architettura, sia che si rivolga agli esempi italiani, sia che guardi al Giappone, suo Paese d’elezione.

Un nucleo importante di opere sintetizza la ricerca di Carlo Zauli, sperimentatore del grés a partire dalla metà degli anni ‘50. Dopo una fase produttiva con materiali della tradizione italiana, quegli anni vedono infatti la sperimentazione del nuovo materiale e l’affermarsi del bianco che ne è diventato una firma ante litteram. L’argilla dei campi solcati dall’aratro o, al contrario, le superfici levigate di sfere talvolta lacerate o fratturate; vasi sconvolti, con una definizione dell’artista stesso, ovvero collassati su se stessi e poi ricomposti; oppure le grandi steli, parcellizzazione di opere monumentali allestite stabilmente in molti Paesi: è ampio Il repertorio di forme che caratterizzano la produzione di Zauli, così come, all’inverso, è ristretta la tavolozza.
La porosità della materia e le superfici talvolta ruvide trasformano i suoi bianchi in opere il cui assistiamo al superamento del monocromo per ritrovare un tessuto ben più mosso, animato dallo scorrere della luce su una superficie non omogenea.

Vere e proprie rivoluzioni artistiche, quelle di cui stiamo parlando, a cui si aggiungono anche sperimentazioni tecniche che hanno lasciato un segno profondo nella ceramica. Ci riferiamo, tra le altre, all’uso innovativo delle matrici per laterizi all’interno della ceramica d’arte, innovazione sperimentata da Alessio Tasca nel suo laboratorio. È appena trascorso il cinquantesimo anniversario della presentazione delle sfere prodotte a trafila alla Biennale di scultura di Gubbio del 1974 e questa tecnologia continua ad essere sperimentata nel laboratorio che porta ancora il nome dell’artista, ma anche l’esterno, come nel Master in design del prodotto ceramico con il coinvolgimento dell’Accademia di belle Arti di Firenze e l’ISIA di Faenza. Nella mostra nella galleria GULLIarte un’opera storica prodotta grazie alla matrice appariva quindi imprescindibile. A questa opera si affianca un ulteriore pezzo unico: una rielaborazione sul tema della sfera, ma in questa occasione composta dall’unione di solidi, di forme geometriche che nella forma conclusa della sfera trovano una loro sintesi in un perfetto equilibrio formale.

Alle opere degli anni ottanta a firma di Alessio Tasca seguono quelle che Vittore Tasca produce in anni più recenti nello stesso laboratorio con intenti completamente diversi: le matrici utilizzate a suo tempo per la produzione di oggetti di design sono impiegate in progetti in cui l’essiccazione naturale del materiale è compartecipe nel percorso creativo. In una ricerca artistica in cui è centrale l’attenzione al mondo naturale, animale o vegetale, queste forme sono chiamate ad evocare aspetti organici. Non mancano tuttavia elaborazioni completamente astratte come quelle in mostra. Rispetto alla produzione storica della bottega la produzione si presenta decisamente innovativa, non solo per l’uso di smalti sui materiali storicamente impiegati, ma anche per le forme che, non a caso, sono indicate nei titoli da sigle e non a rimandi mimetici al mondo che ci circonda.


Altre due esperienze artistiche connesse fra di loro ci portano a Savona con Sandro Lorenzini e uno dei suoi allievi di un tempo, Atshuki Shimada. Partendo da Sandro Lorenzini osserviamo una ricerca accostata all’esperienza della west coast statunitense a al suo gusto per i colori accesi, un confronto con la produzione di artisti tra cui Peter Voulkos. Come ricorda Irene Biolchini nel catalogo della mostra al Museo di Savona, fu proprio lui ad invitarlo all’Università di Berkeley in una delle molte esperienze internazionali a cui, oltre agli Stati Uniti, vanno aggiunte poi Cina e Giappone. Prova tangibile dell’innovazione di Sandro Lorenzini, è presente in mostra uno dei tre grandi vasi prodotti nel 2007 allo Shigaraki Ceramic Culture Park, in Giappone. Applicando tecniche innovative Lorenzini fa uso di smalti sul corpo delle sculture e i tratti luministici in oro sono frutto addirittura di un quarto fuoco. Al cromatismo acceso e contrastante di alcune opere vanno accostati i toni cromaticamente più pacati di altre realizzazioni, ottenuti attraverso l’uso esclusivo di ossidi metallici sul grés in sculture dal tono più intimistico.

Allievo di Lorenzini già dagli anni delle sue residenze a Shigaraki, Atsuhsi Shimada ha seguito il maestro in ripetute esperienze giapponesi e in Italia prima di intraprendere un percorso autonomo. Il materiale utilizzato dall’artista non poteva che essere quello tradizionalmente utilizzato in Giappone, dove le cotture ad alta temperatura sono la norma. Ma le opere presenti in mostra presentano chiaramente il sovrapporsi delle influenze di due Paesi culturalmente molto lontani. Ecco il grande elmo con I tratti che rimandano alla scultura di Paladino e alle maschere veneziane del medico della peste: forme scabre dai tratti somatici spropositati in un’opera dall’impianto monumentale. In mostra opere riconoscibili stilisticamente, rarefatte ed incisive, come la sagoma della barca che, orizzontale o inclinata su un fianco, è pretesto per uno sviluppo in verticale delle forma, anticipando quanto Giuseppe Gallo ha realizzato per la Symphonie en trois mouvements presentata a Parigi nel 2008. Lì bronzi politi e rimandi perfettamente coglibili in ogni dettaglio, qui oggetti che rifuggono, come è stato detto, “le forme scontate di un’estetica narrante”.

Tra gli alunni di Carlo Zauli Adriano Leverone. Radicato nel territorio, ma aperto ad esperienze internazionali, sia di esposizioni che di didattica, perfino su incarico del Governo italiano. Locale e globale, così come argilla e ardesia: mondi all’apparenza antitetici, come, d’altra parte, una Madrepora o un Fiore e un Armigero corazzato, scultura di notevoli dimensioni che unisce bronzo e argilla. Un panorama ampio il suo che non esclude elementi naturali e rimandi quasi epici se non addirittura mitici: è quasi superfluo sottolineare che il termine di armigero rimandi ad un medioevo ormai lontano.
Opere che potrebbero bene essere inserite nell’informale hanno nomi che rimandano al contrario ad oggetti tangibili relativi all’orizzonte più diverso: temi naturalistici appaiono già a metà anni ’70 e in anni ben più recenti, separate da un venticinquennio dalle precedenti. Richiami ad un mondo reale non surclassano però l’interesse per il contrasto nella lavorazione delle superfici, siano queste quelle polite di metallo o argilla che definiremmo steccata alternate a quelle percorse dai suoi riconoscibili incavi dal profilo frastagliato.

Dopo aver visto molte opere riconducibili al termine generico e mai perfettamente esatto di informale, Ylli Plaka sembrerebbe portarci al nostro quotidiano. Ma questo è solo in parte valida e necessita di numerose precisazioni. Se mai dovessimo trovare un termine unico per definirlo potremmo suggerire quello di ibrido, di natura plurima in opere come Uomo lancia o Donna cigno. Se dovessimo poi procedere ad un computo delle sue opere sono ben poche quelle in cui la figura umana è oggetto esplicito della rappresentazione per lasciare invece prevalentemente spazio ad una ricca serie di animali, dai tratti però molto spesso umanizzati, come ho già avuto modo di sottolineare nella sua personale al Museo di rocca Flea a Gualdo Tadino. La fusione di elementi presenti nel nostro orizzonte visivo avviene però in una maniera talmente inaspettata da ricondurre alcune realizzazioni al surreale, come nel busto con una serratura nel ventre, forse simbolo dell’imperscrutabilità femminile.

Animatore delle Officine ceramiche di Roma, Evandro Gabrieli ha già al suo attivo importanti esperienze in Italia e all’estero, dal Concorso Internazionale di Andenne, in Belgio, alla Biennale di Faenza di prossima apertura, ad esemplificare la sua ricerca recente. Architetture emotive,vista ad Andenne era la trasposizione dei trabucchi collegati ai suoi ricordi di infanzia. Così le opere selezionate al Premio Faenza e per l’esposizione savonese. In queste, ci dice, è presentata “una riflessione personale e intima sul sentimento della paura e dell’ansia, esplorando un malessere che è sia sociale che individuale. Con queste creazioni intendo aprire un dialogo, un confronto sull’esperienza di chi si trova a fare i conti con questi stati emotivi. Per raccontare questa riflessione, sono stati scelti come simboli la ”boa” e la “bitta”, volumi cilindrici e da parete, questi lavori ritraggono immagini di atolli e paesaggi terrestri visti dall’alto, attingono all’immaginario del paesaggio marino e ai ricordi dell’infanzia, a un periodo della crescita personale che, pur essendo meno strutturato, è caratterizzato dalla scoperta ludica del mondo circostante e dalla spensieratezza”.

Sono l’Argentina e l’Italia, Savona in particolare, i poli tra cui si svolge la vicenda biografica di Carlos Carlé. Due poli all’apparenza antitetica sono poi quello della lavorazione di laterizi per l’edilizia e la maiolica, ovvero l’industria di famiglia in cui si sono svolti gli anni di formazione e l’occupazione successiva, una volta arrivato in Italia. Potrebbe essere semplicistico dichiarare che il risultato finale della ricerca artistica di Carlé sia una sintesi dei due elementi, ma in realtà alcuni aspetti potrebbero legittimare questa nostra affermazione. Ci riferiamo all’attenzione agli elementi costruttivi, architettonici di molte opere del Maestro, riassunti già dai titoli, come già detto, a cui si unisce un’attenzione per il colore. Non è solo questo a caratterizzare le superfici delle opere: l’artista stesso ricorda l’intervento di “elementi anche molto semplici: li graffio, li taglio, li buco, li lavoro in questa forma qui, per arricchirlo e poi dó una patina molto semplice con diversi ossidi che con l’alta temperatura produce effetti che amo molto. Sempre un po’ contrastato con qualche parte di lucido, di smalto, di cristalli, di vetri, perché una cosa fa vivere l’altra, arricchisce l’opera”. Ecco quindi gli elementi di quella che abbiamo definito una caratteristica immediatamente riconoscibile delle sue opere.
In sintesi una mostra a più voci atta a dimostrare la specificità di un materiale ceramico nell’esperienza molteplice della creatività dei Maestri.

Domenico Iaracá


LEONARDO BARTOLINI

VITTORE TASCA

YLLI PLAKA

SANDRO LORENZINI

EVANDRO GABRIELI

ATSUSHI SHIMADA

PROGRAMMA XI RASSEGNA KÉRAMOS 2025

CASTELLAMONTE

Una mostra fuori sede, a Castellamonte, nella ridente localitá del Canavese, centro di antica produzione ceramica, presso il Museo della Ceramica Fornace Pagliero 1814.

Si é aperta il 10 Maggio 2025 una retrospettiva dedicata al Maestro GIORGIO MOISO dal titolo

“COLORE, MATERIA, GESTO”; esposizione a cura di Antonella Gulli, con testo critico e presentazione a cura di Domenico Iaracá.

Un allestimento di circa 70 opere in ceramica, con sculture, bassorilievi, sfere, realizzate in diversi periodi storici.

Successivamente la mostra si trasferirá a Savona nella Galleria GULLIarte, dal 29 novembre 2025 al 26 gennaio 2026.


SAVONA

Dal 7 giugno 2025 dalle ore 19.00, nell’ambito e in collaborazione con il terzo Festival della Maiolica 2025 a Savona, GULLIarte si apre la rassegna KÉRAMOS 2025 con una importante collettiva.

La mostra, dal titolo Kéramos in grés a cura di Antonella Gulli, con testo critico e presentazione a cura di Domenico Iaracá.

Artisti in esposizione

CARLOS CARLÉ – ADRIANO LEVERONE – ALESSIO TASCA- CARLO ZAULI

LEONARDO BARTOLINI – EVANDRO GABRIELI – ADRIANO LEVERONE

SANDRO LORENZINI – YLLI PLAKA – VITTORE TASCA – ATSUSHI SHIMADA

Al vernissage, verrá offerto un apericena a tema, “Aperikéramos”, sviluppato sugli spazi stradali difronte alla galleria in collaborazione con alcuni esercenti del quartiere : RETROBOTTEGA – 2123


CASTELLAMONTE

Dal 23 agosto al 15 settembre 2025 nell’ambito delle manifestazione della 64 Mostra dela Ceramica di Castellamonte presso il Museo della Ceramica Fornace Pagliero1814, é ospitata la collettiva

“Kéramos in grés”.

Artisti in esposizione:

CARLOS CARLÉ – ADRIANO LEVERONE – ALESSIO TASCA- CARLO ZAULI

LEONARDO BARTOLINI – EVANDRO GABRIELI – ADRIANO LEVERONE

SANDRO LORENZINI – YLLI PLAKA – VITTORE TASCA – ATSUSHI SHIMADA


– Dal 23 agosto al 15 settembre 2025

Nell’ambito delle manifestazioni della 64 Mostra della Ceramica di Castellamonte, presso il Museo della Ceramica Fornace Pagliero1814 si apre la personale di ceramica con opere di pittura:

DOMENICO ASMONE – ”CROMATISMO PURO”

La mostra si trasferirá a Savona da GULLIarte dall’11 ottobre al 23 novembre 2025.


SAVONA

Dal 29 novembre al 26 gennaio 2025, da GULLIarte si trasferirá la mostra:

GIORGIO MOISO -”COLORE, MATERIA, GESTO”– giá presentata a Castellamonte.



GIORGIO MOISO: “COLORE, MATERIA, GESTO”

Al Centro Ceramico Museo Fornace Pagliero 1814

di Castellamonte (TO) dal 10 maggio

Verrà presentata il 10 maggio, alle 11, presso il “Centro Ceramico Museo Fornace Pagliero 1814”, in frazione Spineto, 61, a Castellamonte (To) la mostra “Colore, Materia, Gesto”: una antologica con circa 50 opere di Giorgio Moiso (Cairo Montenotte 1942 – Savona 2019) a cura di Antonella Gulli.

La mostra sarà poi aperta al pubblico dall’11 al 25 maggio con il seguente orario: festivi e prefestivi dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 18.30, lunedì chiuso, giorni feriali apertura pomeridiana dalle 15 alle 18.30.


Ritorna la tradizionale RASSEGNA KÉRAMOS 2025, giunta alle XI edizione, che quest’anno copre un arco temporale fino a fine gennaio 2026, sviluppando eventi e mostre, sia nella location della Galleria GULLIarte, che in altre sedi pubbliche e private rassodando sodalizi storici e nuove collaborazioni.

Il primo evento in calendario è a Castellamonte presso il CENTRO CERAMICO MUSEO FORNACE PAGLIERO 1814, con una grande mostra dedicata al Maestro:

GIORGIO MOISO – COLORE, MATERIA, GESTO.

Un’operazione destinata a lasciare una traccia importante nel centro di Castellamonte, con l’allestimento, nella Fornace Pagliero, dell’opera “Tappeto da viaggio”: un pannello monumentale di circa trenta metri quadrati, composto da 189 formelle, che rinsalda il legame tra il luogo in cui è stato cotto e la Piral, la città di Albisola in cui era stato plasmato.

Si tratterà dell’opera più rappresentativa della mostra. Il suo fulcro. Un diamante che verrà esposto presso uno dei cortili interni del complesso.

Il grande pannello rimarrà poi in permanenza negli spazi del Museo!

Nell’interno della Fornace sarà allestita una retrospettiva con circa 50 opere di Giorgio Moiso (Cairo Montenotte 1942 – Savona 2019) a cura di Antonella Gulli. con la presentazione e il testo critico a cura di Domenico Iaracá.

L’esposizione è in calendario nei programmi di Castellamonte degli eventi di BUONGIORNO CERAMICA,nei giorni 17/18 maggio 2025

IL 23 agosto 2025 la mostra sarà riaperta durante le manifestazione della 64 Mostra della Ceramica di Castellamonte, fino al 14 settembre 2025.

Info orari e apertura in dettaglio sul sito www.fornacepaglierocastellamonte.it

Dal 29 Novembre 2025, la mostra sarà trasferita a Savona in Galleria GULLIarte, nella quale verranno inserite per l’occasione delle nuove opere.

TESTO CRITICO A CURA DI DOMENICO IARACA

GIORGIO MOISO E LA LIBERTÁ NELL’ARTE.

Il prossimo 10 maggio inaugura a Castellamonte un mostra dedicata a Giorgio Moiso e la sua ricerca artistica. Opportunità importante con opere che ripercorrono le diverse tappe del suo percorso con un’opportunità unica di approfondire il suo operare tra Albisola e il centro del Canavese su cui ci soffermeremo tra poco.

Già da questa premessa appare immediatamente chiaro come sia un compito davvero arduo se non impossibile riassumere, sinteticamente ed esaustivamente al tempo stesso, una carriera pluriennale con molte tappe diverse al suo interno. Per quanti fossero  interessati ad una prospettiva diacronica non possiamo quindi che rimandare alla fortunatamente ricca bibliografia. Altrettanto numerosi i giudizi espressi dagli artisti di indubbia fama incrociati nel suo percorso, da Agenore Fabbri a Bruno Ceccobelli, solo per fare due esempi.

Ci limitiamo così ad alcuni spunti di riflessione a partire dal tema delle sue opere e le scelte cromatiche a questi legate.

La tela del 1971 dedicata a L’albero, tema centrale della produzione di Moiso. non può che ricordarci un’opera centrale nella storia dell’arte, il lavoro di sessant’anni esatti precedenti di un altro grande pittore, il belga Piet Mondrian, ora al Gemeentemuseum Den Haag. La scelta di abbandonare le cromie naturali per i toni di grigio, il progressivo ridursi delle forme tridimensionali a pretesti grafici sembrerebbero accomunare il percorso intrapreso dai due. Ma basta procedere di pochi anni nei rispettivi percorsi per vederne le discrepanze. Se noi tutti abbiamo davanti agli occhi le scansioni geometriche che scandiscono le tele di Mondrian, le sue campiture cromatiche uniformi, non possiamo che apprezzare, in Moiso, le campiture di forme mai uguali alle altre, I colori corposi che coprono le tele. Alberi prima e canne poi, in sequenze di colori primari accostati gli uni agli altri in estrema libertà.

Lo stesso principio ispiratore crediamo di poter riscontrare nella sua trasposizione su tela degli stimoli offerti dalla musica jazz. Nel tentativo di descrivere le opere di questo periodo la critica ha usato I termini “infigurale e dinamicamente spontanea”,

Se consideriamo gli esiti dell’incontro di artisti diversi con gli stimoli offerti dai paesaggi urbani e più latamente culturali degli Stati Uniti gli esiti appaiono decisamente personali. Se Mondrian, arrivato a New York, parcellizza ulteriormente I suoi tracciati già ortogonali; se Renza Sciutto, conterranea di Moiso, in anni più recenti del pittore olandese riporta nelle sue opere il tracciato regolare delle finestre che ci sovrastano nel percorrere le strade della metropoli, Moiso preferisce rivolgersi alla più impalpabile delle fonti d’ispirazione, la musica, che diventa parte integrante delle sue performance.

Prima di concludere un accenno – veloce, ma doveroso – ad un’opportunità rara offerta dalla mostra di Castellamonte; ci riferiamo alla possibilità di vedere allestita l’opera Tappeto di viaggio. Si tratta di pannelli di ceramica realizzati ad Albisola e cotti poi a Castellamonte, per rinsaldare un legame profondo tra I due centri di antica tradizione ceramica.

Il Centro Museo Fornace Pagliero 1814, presenterá l’opera monumentale di circa trenta metri quadrati, con profili femminili incisi nell’argilla. Se ne I tarocchi, opere di alcuni anni precedenti, la citazione della ceramica tradizionale anima le vesti dei personaggi, anche questa scompare del tutto in Tappeto di viaggio per lascaire spazio al gesto libero, in una produzione che ha fatto della libertà il suo tratto distintivo.

Domenico Iaracá



MARIAN HEYERDAHL – OLE LISLERUD


Sabato 12 aprile 2025 alle ore 18.30, s’inaugura presso la Galleria GULLIarte, la nuova bipersonale

SIMBOLISMI CONTRAPPOSTI

degli artisti Marian Heyerdahl e Ole Lislerud.

Un’allestimento di diverse opere. Alle tele di Lislerud – di grandi dimensioni e dai colori intensi o sfumati – si contrappongono le sculture ceramiche dall’eco orientale della Heyerdahl. Il tutto è affiancato dalle raffinate opere su carte di riso, leggere e quasi impalpabili, realizzate da entrambi gli artisti, in un dialogo di linguaggi contrapposti da cui nasce il titolo ”Simbolismi contrapposti”.

La mostra sará visitabile fino al 1 giugno 2025.

Orario galleria: chiuso il lunedí mattina – tutti i giorni dalle 12.00/19.30

info: 3478055044



SIMBOLISMI CONTRAPPOSTI

Ole Lislerud e Marian Heyerdahl sono artisti di nazionalità Norvegese, di grande esperienza internazionale e di raffinata cultura.

Nel loro percorso artistico si sono confrontanti con culture, genti e Paesi diversi, conducendo esperienze lavorative in varie parti del mondo.

In questa bipersonale, sono allestite diverse opere. Alle tele di Lislerud – di grandi dimensioni e dai colori intensi o sfumati – si contrappongono le sculture ceramiche dall’eco orientale della Heyerdahl. Il tutto è affiancato dalle raffinate opere su carte di riso, leggere e quasi impalpabili, realizzate da entrambi gli artisti, in un dialogo di linguaggi contrapposti da cui nasce il titolo ”Simbolismi contrapposti”.

Marian Heyerdahl presenta al pubblico l’installazione che ha ideato per la mostra di Argillá2024 a Faenza, nel quadro di una mostra che si é svolta nel prestigioso Palazzo Milzetti, Museo dell’Etá Neoclassica in Romagna.

Le opere, che abitavano la “stanza della pace e della guerra” del già citato Palazzo Milzetti, sono una ricerca ispirata ai guerrieri cinesi di terracotta, unici protagonisti della vicenda, con il loro ruolo attivo di uomini in guerra; la rilettura dei conflitti data da Marian Heyerdahl si focalizza invece su chi questi eventi li subisce siano, essi donne o bambini.

A loro appartengo i volti ritratti, protetti da un’inutile casco di carapace di aragosta. Alle loro vite sembrano rimandare le fratture tra le tessere che compongono la parola pace scritta sui suoi grandi piatti, posti su un tappeto o mosaico di ceramiche rotte, quasi una metafora di ferite profonde che vengono in superficie. In contrasto con la profonda sofferenza i colori scelti dall’artista: talvolta sono squillanti o preziosi, oro e argento,quasi da oggetto Pop.

Nelle opere su carta, l’artista si stacca dalla spontaneità intuitiva degli schizzi, base di partenza per i suoi lavori, ed entra in un mondo meditativo, ove i puntini ripetuti della penna formano una sua storia da raccontare.

Tematiche attuali, ma a volte ironiche, sono rivolte al mercato dell’arte, con la raffigurazione della banana che l’artista Cattelan ha creato. Quest’opera è rivisitata dalla Heyerdahl con nastri con impresso il logo dei dollari americani per enfatizzare il grande clamore mediatico e speculativo dell’opera stessa.

Le grandi tele di Ole Lislerud hanno una scelta cromatica che ci avvicina a movimenti di rottura e di distanza dalla classicità e un certo accademismo.

Un filo conduttore costante, basato su iscrizioni, segni e simboli, elementi centrali della sua ricerca artistica, i quali stanno a simboleggiare l’importanza e l’attenzione che l’artista sollecita agli osservatori verso le culture e le lingue che stanno scomparendo per l’effetto dell’attuale globalizzazione culturale.

Lislerud ha scelto di approfondire per questa mostra una sua riflessione sul rapporto immediato eppure complesso fra valore simbolico del linguaggio e identità culturale collettiva, testimonianza della sua continua, intensa e sagace ricerca relativa alla propria identità individuale.

A partire dall imponente Lex Portalis del Palazzo di Giustizia di Oslo (opera in porcellana del 1992) all’odierna mostra SIMBOLISMI CONTRAPPOSTI (GulliArte, Savona, 2025), Lislerud sperimenta la scrittura su materiali diversi, spaziando dalla porcellana al vetro, all’alluminio, L’attenzione ai segni si è sviluppato anche attraverso la pittura e la calligrafia, senza cadere negli stilemi calligrafici tipici dell’Oriente, pur subendone il fascino e l’energia.

Una preziosa opportunità per estimatori dell’arte contemporanea, di apprezzare modalità diverse di guardare al mondo che ci circonda..


OPERE NELLA MOSTRA SIMBOLISMI CONTRAPPOSTI

OLE LISLERUD

LETTERA MISTICA LAVAGNA PERGAMENA

ACRILICO SU TELA 120X120CM


MARIAN HEYERDAHL

CRESCINI - NEL VILLAGGIO DELLA MEMORIA - da GULLIarte a Savona, sabato 1 marzo 2025, ore 17.30. Presentazione a cura di Ferdinando Molteni.                                        Ogni opera di Crescini è la sintesi del suo percorso. Della sua vita. Del suo sguardo sul mondo. E sulle cose: due sedie, un lacerto di rete da pesca e una manciata di pesci. Le sedie sono la quotidianità rassicurante e domestica, lo stare insieme, la partecipazione.  La rete è la trappola, dentro la quale tutti possiamo cadere. Ma dalla quale si può uscire, vivi o morti. E i pesci di Giovanna Crescini, che sono vivi anche se sono morti, lo raccontano con l’evidenza di un fotogramma, con la grazia dei colori e delle forme. Con la poesia insomma.

Sabato 1 Marzo alle ore 17.30 l’antologica dell’artista Giovanna Crescini.

a cura di Antonella Gulli.

Presentazione e testo critico a cura di Ferdinando Molteni.

Un’esposizione di tele e ceramiche, con una selezione cronologica di varie tematiche, in cui l’artista ha sviluppato la sua arte.

L’esposizione é visitabile dal 1 marzo al 31 marzo 2025


I mondi sommersi (e quelli emersi)
di Giovanna Crescini

Pesci, pesci, siamo pesci con branchie rosse;
nulla ci turba e freddo è il nostro sangue:
siamo ottimisti per i nostri guai,
che a esser branco ogni pesce è eroe.

Herman Melville, da Noi pesci

L’ho raccontato mille volte, a lei e agli amici, e l’ho anche scritto. Ma è davvero successo così. Per caso.
Una ventina di anni fa. Forse anche di più.
Lavoravo, allora, al quotidiano “Il Secolo XIX” che aveva una bellissima e grande redazione in via Paleocapa. Ci andavo a piedi, perché stavo in via Martinengo. E tutte le mattine passavo davanti alle vetrine della Cassa di Risparmio di Savona. Dove si esponevano opere d’arte.
Di solito andavo dritto. Non c’era molto che mi interessasse. Qualche vecchia ceramica e qualche peintre du dimanche. Magari anche bravo, ma la cosa finiva lì. Non mi fermavo quasi mai.
Poi, un giorno, ecco in quelle vetrine un’esplosione di colori, di personaggi, di vita vera. Mi fermo a guardare i quadri. Sono una cosa che, lì per lì, rimanda a Renato Guttuso e, anche, all’assonante Saverio Terruso. Quadri magnifici. Capaci finalmente di raccontare. Penso di avere di fronte un’artista siciliana – perché il nome lo avevo letto e sapevo che era una donna – o comunque meridionale.
Invece scopro, dopo qualche tempo, che si tratta di un’artista che non è siciliana ma umbra. E che vive da queste parti.
Da quel giorno non l’ho più persa di vista.
Ed ho amato le sue tele, piene di vita e di pesci, di sedie e di mondi sommersi, i suoi paesaggi liguri, le sue ceramiche dalle forme inusuali, con i ramarri che le risalgono, le sue incredibili piante con gli uccelli che stanno per spiccare il volo, il suo lettering e le sue citazioni delle formelle della fontana di Perugia e poi la sua rilettura dei tarocchi.
Giovanna Crescini, per me, non è una di quelle troppe numerose artiste e di quei troppi numerosi artisti che cercano il clamore e invocano la loro – presunta – originalità. Che peraltro è sostanzialmente impossibile in arte. Crescini cerca, come gli artisti veri, la poesia. Che è la vera cifra dell’arte. Della sua e di quella degli altri.
Ne trovo tanta nelle sue opere. Sia di ceramica che su tela. Anche perché i temi, in fondo, sono gli stessi. Cambia solo la materia.
Ogni opera di Crescini è la sintesi del suo percorso. Della sua vita. Del suo sguardo sul mondo. E sulle cose. Ma se dovessi scegliere un’opera tra quelle esposte ne sceglierei una fatta di due sedie, un lacerto di rete da pesca e una manciata di pesci. Le sedie sono la quotidianità rassicurante e domestica, lo stare insieme, la partecipazione. La rete è la trappola, dentro la quale tutti possiamo cadere. Ma dalla quale si può uscire, vivi o morti. E i pesci di Giovanna Crescini, che sono vivi anche se sono morti, lo raccontano con l’evidenza di un fotogramma, con la grazia dei colori e delle forme. Con la poesia insomma.

                                                                                                              Ferdinando Molteni

Orari apertura Galleria GULLIarte:

chiuso il lunedí mattina – pomeriggio 15.30/19.30 tutti i giorni 12.00/19.30

info:3478055044 – info@gulliarte.it


Sabato 1 febbraio 2025, dalle ore 17.30, fino al 23 febbraio 2025, ritorna in Galleria GULLIarte, a Savona in Via Nostra Signora dell’Olmo 9, una collettiva a tema sulla carta, dal titolo:
CHARTA
Charta, o meglio, la carta, è come una barca, o come un carro. Insomma: un veicolo che va e che porta quello che ci viene messo sopra.
Sa portare cose, memorie, fatti accaduti. Ma non solo: sensazioni, pensieri, emozioni. Talvolta porta storie, racconti, figure; oppure idee, calcoli, progetti, ma anche speranze, sensazioni, stati d’animo.
Perché la carta è docile. Si adatta alla forma, al peso e al carattere di ciò di cui è caricata. Certo è leggera, fragile, può essere effimera, ma se la tratti con la giusta cura, se la proteggi da strappi e incidenti, dall’acqua e dal fuoco, è capace di formidabili viaggi nel tempo. Traversate di anni, di decenni, di secoli.
Le merci che porta sono le più diverse: parole, colori, immagini, testi, composizioni, ma nel nostro caso, vedi un po’, figure.
A volte si carica di storia o di poesia, oppure di segni, disegni, spiegazioni.
Ma quando a caricarla è l’Arte, quella visiva intendo, la carta fa i viaggi più belli, quelli più coinvolgenti e immediati. Quelli ove non dobbiamo decifrare segno per segno, riga per riga, ma possiamo riempirci il cuore in un attimo, con uno sguardo veloce e immediato, per poi soffermarci a lungo, guardando più da vicino, con la luce giusta, ascoltando nel silenzio le voci degli artisti, che la carta porta per noi, con fedeltà. 
Charta, che ormai da cinque edizioni, grazie a GULLIArte, ci parla, è come una carovana che va, che attraversa il nostro orizzonte e ci porta il canto dei viaggiatori che l’hanno scelta per il loro cammino:
VALERIA BRUNO, LIA FRANZIA, MIRCO DENICOLÓ, MARIAN HEYERDAHL, OLE LISLERUD, SANDRO LORENZINI, CARLO PIZZICHINI.
Su, vediamo i loro racconti, ascoltiamo le loro figure.
Buona Charta…!


Sabato 30 Novembre 2024, dalle ore 17.00, fino al 26 Gennaio 2025, ritorna in Galleria GULLIarte, a Savona in Via Nostra Signora dell’Olmo9, l’ereditá artistica del Novecento, con una retrospettiva di pittura, del Maestro Gigi Caldanzano, dal titolo:

“Quando la banda passó…”.

Gigi Caldanzano, poeta di una città immaginata e musicale

”Quando guardo i quadri di Gigi Caldanzano mi chiedo sempre se la Savona che racconta sia quella vera, oppure se sia il frutto della sua immaginazione. Mi chiedo, in definitiva, se Caldanzano sia un pittore del reale o del sogno. Poi arrivo sempre alla stessa conclusione: Caldanzano, come tutti i poeti autentici, trasfigura la realtà, la ricrea con i suoi pennelli e i suoi colori, la restituisce con i suoi bellissimi dipinti.

Savona era una città che respirava musica, che si nutriva di musica. Allora come oggi. E questa mostra testimonia questa infinita passione che riguarda, nelle storie di Caldanzano, più il popolo che le élite…

…Questa esposizione – magnifica per ricchezza di opere e originalità – credo confermi quanto ho cercato di dire. Con varianti stilistiche formidabili – Caldanzano passa agevolmente dal Picasso del periodo blu alle atmosfere oniriche di Chagall, transitando per l’Espressionismo tedesco e il mai dimenticato Mino Maccari, solo per fare qualche esempio – Caldanzano, dicevo, lo fa restando sempre riconoscibile. Restando sempre Caldanzano…

…Ricordo il suo studio di via San Lorenzo, luogo magico e pieno di storia; le tele ordinate per bene sopra gli scaffali, quasi fossero i libri di una biblioteca dell’anima. E quella appoggiata al cavalletto ancora da finire. E, ancora, la sua tavolozza, i pennelli e il suo camice bianco che indossava con l’eleganza di un uomo d’altri tempi.

Perché così Caldanzano voleva essere. Era vecchio ma visse ancora molti anni dopo quell’incontro che fu per me, giovane giornalista del “Secolo XIX”, una delle esperienze più belle di quei tempi gloriosi per il quotidiano. Caldanzano, quel giorno, seppe con pochi gesti e qualche parola, raccontare la sua lunga vicenda artistica. Ricordo quando si avvicinò ad uno scaffale e sfilò la tela con le torri medievali di Savona quasi piegate da un vortice futurista. Poi si lasciò andare ai ricordi, di quando incontrò Filippo Tommaso Marinetti, nell’annus horribilis 1943, in occasione della mostra futurista di Savona nella quale il quadro, che aveva tra le mani, era stato esposto. E del suo colloquio con Marinetti e di quella incredibile e imprevedibile raccomandazione finale, pronunciata con paternacondiscendenza dal poeta di Zang Tumb Tumb: «Dimenticati del Futurismo». Marinetti sarebbe partito qualche giorno dopo per Salò. Morirà l’anno dopo a Bellagio, sul lago di Como.

Caldanzano aveva 22 anni. E doveva ricominciare tutto da capo.

Il giovane pittore prese in parola Marinetti. E quel giorno, probabilmente, con l’addio al Futurismo, nasceva un poeta che ci avrebbe accompagnato per tanti anni a venire”.

testo tratto dallo scritto del Prof. F. Molteni per la presentazione della mostra:

GIGI CALDANZANO – “Quando la banda passo…”

dal 30/11/2024 al 26/01/2025 –catalogo mostra disponibile in galleria

Gigi Caldanzano- “Quando la banda passó…” – pastello su carta 59x19cm

Gigi Caldanzano – I tifosi del Savona Calcio – olio su tela 49x59cm

Gigi Caldanzano – La trattoria dei quattro venti – olio su tela 50x60cm

GULLIarte – via Nostra Signora dell’Olmo 5/7/9 – Savona

info: www.gulliarte.it – facebook/instagram:@gulliarte.it – info@gulliarte.it – 3478055044

ORARIO GALLERIA: chiuso il lunedi mattina- pomeriggio 15.30/19.00 –tutti i giorni dalle ore 12.00/19.00


Nell’ambito della retrospettiva dedicata la Maestro Carlos Carlè, FUOCO, MATERIA,FORMA, negli spazi espositivi della Galleria GULLIarte a Savona, invia Nostra Signora dell’Olmo 5/7/9, in collaborazione con l’Associazione ”G. ROSSINI” di Savona,

Domenica10 novembre alle ore 17.00

si terrà la performance musicale:

“UN TANGUITO PARA CARLOS”

eseguita dal chitarrista Federico Briasco chesuonerà alcuni brani scelti per omaggiare l’artista.

In questa giornata saranno proiettate alcune interviste a Carlos Carlè, che saranno un’occasione speciale per apprezzare l’evoluzionedella sua creatività e le tecniche da lui utilizzate.Musica, arte e tradizione ci porteranno idealmente nel mondo di questo grande scultore che è sempre rimasto legato alle sue origini senza esserne limitato, le cui opere, al contempo astratte e concrete, regalano nuove emozioni ad ogni sguardo. La mostra si concluderà il 24 Novembre 2024.






OPERE IN PERMANENZA I DISPONIBILI N GALLERIA:

Carlos Carlé : Pannello in grés/smaltato 82x82cm – informazione valore contattare galleria

Carlos Carlé : Pannello in grés/smaltato 2008 98×46 cm – informazione valore contattare galleria

Carlos Carlé: Semisfera in grés/smalti diam. 50cm – informazione valore contattare la galleria

Carlos Carlé: Piatto 2011- 35x42cm – informazione valore contattare la galleria


CARLOS CARLÉ – FUOCO, MATERIA, FORMA

La mostra si é svolta dal 28 settembre 2024 fino al 24 novembre, presso la Galleria GULLIarte, a Savona in Via Nostra Signora dell’Olmo 5/7/9.

GULLIarte ha ospitato nuovamente, dopo dieci anni, le opere del Maestro Carlos Carlé, ed ha dedicato a fine mostra una stanza, presso la Galleria di Savona, nella quale sono allestite in permanenza le opere del Maestro

La mostra é stata presentata dal critico d’arte Matteo Fochessati, ed è stata un’ideale prosecuzione, in misura ridotta, dell’ampia mostra che tra aprile e settembre 2024 è stata organizzata da GULLIarte in collaborazione con il Centro Ceramico Museo Pagliero nei locali dell’antica Fornace Pagliero 1814 di Castellamonte (TO).

La retrospettiva è stata curata da Antonella Gulli che ha selezionato 40 opere in grés ceramico, di diverse dimensioni: sculture, totem, bassorilievi, dischi, sfere, alcuni della quali inedite, eseguite in vari periodi storici, che seguono l’evoluzione artistica del Maestro.

La prima volta che Carlos Carlé è venuto in Italia risale agli anni 60. Dapprima a Vietri sul Mare, dove intraprese varie sperimentazioni nel campo del design. La materia diviene per lui un fattore importante con una sua precisa significazione progettuale. Si trasferisce stabilmente ad Albisola, dopo aver acquisito un grande bagaglio di conoscenze cosmopolite, maturate tramite contatti ed esperienze in diversi paesi del mondo.

Il Maestro già in giovinezza, in Argentina, aveva acquisito dimestichezza con il mondo della ceramica nella fabbrica di mattoni refrattari del padre, dove aveva avuto modo di sperimentare il comportamento delle argille cotte ad altissima temperatura, traendo sapienza e perizia nella manipolazione della terra.

Enzo Biffi Gentili ha definito Carlos Carlé “un costruttore”, in quanto plasmava l’argilla, con la sovrapposizione della stessa, continuando nell’accrescimento dell’opera, attraverso uno sviluppo formativo, quasi organico, di stampo architettonico. Carlé esercitava un controllo sulla materia con geometrie primordiali, che si collocavano coi principi originari di una cosmogonia elementare: sfere, cerchi, quadrati, parallelepipedi.

Le sue sculture rappresentano una costruzione tra dialettica, razionalità e caos, con lacerazioni, squarci sia all’interno che all’esterno delle opere, fino a risultare di una sostanza ruvida, corrosa, dalla quale la materia emerge con una forza eruttiva.

Le opere di Carlé sono cotte ad alta temperatura, a milletrecento gradi, e il risultato prodotto sul grés è quello quello di effetti rugginosi, sgretolamenti, che rimandano alle corrosioni dei grandi muri di Antoni Tapies, riconosciuto da Carlé come suo mentore e maestro ideale.

L’artista osservava la natura, il mondo, la realtà prendendo spunto per gli sviluppi della sua arte.

La mente e le sue mani di scultore si inserivano in questo circuito di tempo e natura, catturandone lo spirito e imprigionandolo nelle proprie creazioni. L’osservazione dei sassi, ad esempio, che il tempo ha levigato con l’acqua arrotondandoli e incidendoli mediante lo sfregamento, ha suggerito a Carlé le opere “Cascotes”, come nella sua lingua madre vengono chiamati i sassi frammentati.

La struttura stratificata di queste opere, i segni e i colori, raggiunti mediante la sovrapposizione di terre colorate e l’utilizzo di smalti fusi sulla superficie, hanno generato effetti, che suggeriscono un’erosione spontanea dell’opera, in un processo naturale.

Le esperienze di lavoro in Italia e all’estero hanno lasciato un segno indelebile sulle sue opere, come si può percepire nei “Megaliti per Barge”, dove l’equilibrio raggiunge la perfezione e la forma si rasserena, si addolcisce, si bilancia, con inserimenti di materiali come la pietra con la sua morbida cromia grigia, alternati a colori azzurri che mitigano le imponenti opere riportandole ad una concretezza terrena. A

Carlos Carlé ci ha lasciati nell’aprile del 2015.

Antonella Gulli

catalogo mostra, disponibile in galleria. info: +39-3478055044 info@gulliarte.it


Palazzo Milzetti Museo Nazionale dell’età neoclassica in Romagna 
Oltre il neoclassico
Kéramos a Palazzo Milzetti

inaugurazione venerdì 30 agosto ore 18,00
Venerdì 30 agosto, alle ore 18,00 inaugura a Palazzo Milzetti:
“Oltre il Neoclassico. Kéramos a Palazzo Milzetti”,
una esposizione-installazione organizzata nell’ambito di “Argillà”, festival internazionale della ceramica e mostra mercato, che si svolge a Faenza dal 30 agosto al 1° settembre.
La mostra verrà presentata da Domenico Iaracà, con la partecipazione della direttrice del museo Elena Rossoni e del Sindaco di Faenza Massimo Isola.

Promossa dalla galleria GULLIarte di Savona in occasione dei dieci anni della rassegna “Kéramos” e concertata con il museo, l’esposizione “Oltre il neoclassico. Kéramos a Palazzo Milzetti” propone opere di quattro artisti dalla carriera internazionale: Marian Heyerdahl, Ole Lislerud, Sandro Lorenzini e Renza Sciutto.
Quattro linguaggi artistici differenti in una mostra che li mette in dialogo con l’apparato decorativo di affreschi e stucchi realizzato dal pittore Felice Giani e dai suoi collaboratori nel Museo Nazionale dell’età neoclassica in Romagna a Palazzo Milzetti, una delle sedi della Direzione Regionale Musei Nazionali Emilia-Romagna.
Più che di una vera e propria mostra si tratta di una installazione di opere in spazi scelti con la collaborazione della direzione del museo, “presenze” che si rivelano durante la visita del palazzo, arricchendolo pur rispettandone la sua straordinaria unità stilistica.
Come afferma Domenico Iaracà, a cui è stata affidata la presentazione della mostra, Palazzo Milzetti è protagonista dell’esposizione quanto le opere stesse e le sculture in ceramica, in un gioco di rimandi, si aprono a nuove letture attraverso l’interazione con le decorazioni e gli spazi.
Sculture di grandi dimensioni e pannelli in porcellana, opere figurative e altre astratte, alcune delle quali progettate per l’evento, presenteranno la ricerca degli artisti su temi diversi – il sacro e il ruolo della donna, la guerra e le sue vittime civili – così da offrire un esempio della versatilità del medium ceramico contemporaneo. Tematiche che intercettano altrettante suggestioni provenienti dalla straordinaria dimora neoclassica, in un dialogo senza tempo, sempre attuale, incentrato su grandi temi dell’umanità.

L’iniziativa vuole sottolineare l’importanza della relazione del museo con la città, le comunità e le loro attività. La partecipazione alle tante iniziative di “Argillà” e al suo programma di mostre ed eventi, si pone pertanto nel solco delle diverse collaborazioni in atto tra la Direzione Regionale Musei Nazionali Emilia Romagna, con la sua sede di Palazzo Milzetti, il Comune di Faenza e il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, in una prospettiva di rete finalizzata ad un sempre maggiore arricchimento culturale del territorio.

La relazione con il progetto “Kéramos”, un appuntamento ormai decennale con la ceramica artistica contemporanea e del Novecento promosso da GULLIiarte, permette inoltre di mettere in rapporto, come già avvenuto in altre edizioni di “Argillà”, la città di Faenza con la città di Savona, entrambe parte della rete di AiCC – Associazione Italiana Città della Ceramica.
Esposizione dal 31 agosto al 15 settembre. Per le tre giornate di “Argillà”, dal 30 agosto al 1° settembre, l’ingresso sarà gratuito.Per le rimanenti giornate dell’esposizione, ingresso con biglietto del museo
https://palazzomilzetti.cultura.gov.it/Orari di apertura
30 agosto: ore 18,00 inaugurazione e apertura straordinaria serale sino alle 22,30.Dal 31 agosto:
da lunedì a sabato dale 9,00 alle 18,30 domenica dale 13,30 alle 18,30Per informazioni:
drm-ero.pamilzetti-ra@cultura.gov.it
tel. 0546 26493 

TESTO CRITICO DI PRESENTAZIONE A CURA DI DOMENICO IARACÁ

Oltre il neoclassico. Kéramos a Palazzo Milzetti
In occasione del decennale della rassegna ideata da Antonella Gulli, un progetto di ampio respiro dal nome 4 per10kéramos tocca diversi centri della ricerca ceramica contemporanea per terminare nella capitale indiscussa, Faenza, in occasione di Argillà 2204. Ed è la prestigiosa cornice del Museo Nazionale dell’Età Neoclassica in Romagna a palazzo Milzetti a fare da coprotagonista all’evento, quasi un’eco alla lettura eterodossa che il pittore neoclassico Felice Giani ha dato del movimento culturale. Sono quindi quattro artisti contemporanei che utilizzano la ceramica ad animare gli spazi del palazzo con le realizzazioni in continuità o in contrasto con gli ambienti che li ospitano.
Sembrerebbero più vicine alla grande coroplastica etrusca che non alle idealizzazioni winckelmanniane le grandi sculture di Sandro Lorenzini che occupano le nicchie della sala di Apollo. Eroi e dei di un pantheon che getta le radici nell’antichità, ma rappresentati con linee talvolta spezzate e dalle cromie fortemente contrastanti, per arrivare infine all’oro della maschera di Agamennone che si staglia sulla terracotta non smaltata. Un repertorio di attributi divini e simboli anima una produzione scultorea di notevoli dimensioni e di elevata difficoltà tecnica, in una produzione che rilegge l’antico- o forse l’atemporale aspirazione al sacro – con un occhio contemporaneo.
Cambia il centro dell’attenzione, l’oggetto della sua ricerca l’artista che abita la stanza della pace e della guerra: se i guerrieri cinesi di terracotta a cui l’artista si rifà erano protagonisti unici della vicenda, con il loro ruolo attivo di uomini in guerra, la rilettura dei conflitti data da Marian Heyerdahl si focalizza su chi questi eventi li subisce, siano essi donne o bambini. Sono i loro i volti ritratti, protetti da un’inutile casco di carapace di aragosta. Alle loro vite sembrano rimandare le fratture tra le tessere che compongono la parola pace sui suoi grandi piatti, quasi metafora di ferite profonde che vengono in superficie.
In contrasto con la profonda sofferenza i colori talvolta squillanti, quasi da oggetto POP, scelti dall’artista
Figure aniconiche quelle di Renza Sciutto in grado di echeggiare il livello più arcaico dell’arte greca. Tali infatti erano spesso gli xoana, simulacri lignei a rappresentare gli dei, forse per la difficoltà, se non l’impossibilità, di dare forma al sacro, nel mondo antico come in quello contemporaneo. Sono al contempo totem della modernità le forme architettoniche coperte dal reticolari di aperture, specchio dell’esperienza newyorkese dell’artista: espressioni figurative e non, ma accomunate dalla monumentalità che li contraddistingue.
A questo elemento, formale e contenutistico al tempo stesso, se ne aggiunge un altro veicolato dalla scelta del materiale, quello della cera d’api in particolare, materiale che copre parte delle sue opere, con la sua malleabilità e la cromia pastosa. Ed è quasi a far da eco alle dinamiche intime, familiari, che alcune delle sue opere sono esposte anche nel piano interrato del palazzo, nelle cucine dello stesso.
Se dovessimo invece cercare un parallelo per i grandi pannelli di Ole Lislerud è alla pittura pompeiana che dovremmo forse guardare. Se il parallelo può essere condotto sulla scala delle opere, non lo è certo per la scelta cromatica adottata dall’artista, che ci avvicina a movimenti di rottura con la classicità e un certo accademismo. Traguardando oltre il boudoir del palazzo si arriva alla loggia dove le sue lastre di porcellana ci propongono una bellezza contemporanea. Le nudità ritratte da Helmut Newton, citate da Lislerud, e quelle classicheggianti di Giani propongono un confronto legato al tema della donna, alla sua bellezza e al suo ruolo sociale. Concubine vittime nel mondo antico, ci auspichiamo protagoniste in quello contemporaneo.
Abbiamo parlato di quattro importanti protagonisti dell’arte contemporanea chiamati ad interagire e a relazionarsi con un interlocutore non meno prestigioso. Il palazzo Milzetti con le sue diverse reinterpretazioni del classico finisse infatti per costituire un quinto protagonista più che non un semplice sfondo all’esposizione.
Dalle sale di rappresentanza agli ambienti più intimi – se non addirittura esclusi dalla fruizione degli ospiti antichi del palazzo, come potrebbero essere state le cucine – il percorso progettato a quattro mani dalla curatrice della mostra e dalla direttrice del Museo che lo ospita gioca su una voluta alternanza di temi e di forme che, volendo attingere ancora al mondo antico, potremmo definire variatio. In sintesi una preziosa opportunità per estimatori dell’arte, antica e contemporanea che sia, di apprezzare modalità diverse di guardare al mondo che ci circonda.