COMUNICATO STAMPA

ANTONIETTA CAVALLERO – GEOMETRICAMENTE

Inaugurazione: Sabato 4 aprile 2026 ore 17.30

Periodo: 4 aprile 2026 – 10 maggio 2026

Luogo: GULLIarte – Via Nostra Signora dell’Olmo 5/7/9 – Savona

+39 019 812894 +39 347 8055044

info@gulliarte.it – www.gulliarte.it

Orari:13.00 -19.30 – chiuso il lunedì

Presentazione a cura di Sandro Lorenzini


Sabato 4 aprile , dalle ore 18,00, fino al 10 maggio 2026, s’inaugura presso la Galleria

GULLIarte, a Savona in Via Nostra Signora dell’Olmo 9,

la mostra dell’arista Antonietta Cavallero, dal titolo:

GEOMETRICAMENTE

con la presentazione di Sandro Lorenzini.

Le 40 tele dell’artista Antonietta Cavallero, sono realizzate secondo un metodo costante.

L’impressione di ordineche caratterizza l’insieme, il senso di esattezza della figurazione,

l’armonia compositiva, l’uso meticoloso del colore, l’equilibrio generale,indicano chiaramente l’appartenenza del lavoro dell’artista alla categoria dell’arte mentale.

Antonietta Cavallero si immerge in uno stato, appunto, della mente che è razionale e si esprime in maniera logica, anziché impulsiva.

Il colore è usato in maniera timbrica e il suo rapporto con la geometria delle forme genera ritmi musicali che, insieme all’attenzione per le progressioni numerali come la sequenza di Fibonacci, costituiscono il carattere identitario del lavoro di Cavallero.

TESTO CRITICO A CURA DI SANDRO LORENZINI

Antonietta Cavallero è l’artista interprete di questa bella mostra da GULLIarte dal 4 aprile al 10 maggio 2026.

Ho detto bella mostra, sbilanciandomi subito a favore dell’artista, che ben se lo merita. Mi toccherà dunque parlare della bellezza, di che cosa questo termine possa significare sia per l’autore d’arte, che per i suoi fruitori. Potremmo ragionare per secoli, come hanno fatto i filosofi, su cosa sia la bellezza, ma forse è meglio rimanere su un terreno più pragmatico, soffermandoci sul visibile, quello cioè che Cavallero ha messo sulle tele affinché noi lo possiamo vedere, essendo la pittura, appunto, arte visiva.

Ciò che salta subito agli occhi è la presenza costante di un “metodo” nel lavoro di Antonietta Cavallero. L’impressione di ordine che ne deriva, l’esattezza delle azioni compiute, l’armonia delle composizioni, il rigore “ottico” nell’uso del colore, il giusto equilibrio nella disposizione delle parti e molti elementi ancora, ci indicano con chiarezza il campo entro il quale Cavallero opera: quello di un’arte che possiamo definire “mentale”.

Questo termine si riferisce, appunto, non tanto ai modi che portano genericamente a dei risultati, quali che siano, ma piuttosto all’immersione dell’autrice in uno stato, quello appunto della mente, che è razionale, logico, strutturato e sistematico, in cui consciamente l’artista si cala, ogni volta che si accinge a creare una nuova opera d’arte, prescindendo dal prediligere invece uno stato più orientato verso l’impulso, il gesto, la velocità, la sperimentazione immediata.

Potremmo dire che Antonietta, dovendo scegliere tra istinto e ragione, si schiera con convinzione dalla parte di quest’ultima. Un’arte mentale dunque, che muove da un’idea creativa, logica, che prende forma nella parte razionale della mente, che comporta quindi un progetto, una necessaria previsione e organizzazione delle fasi del lavoro, una preventiva definizione delle regole del gioco e la scelta della strategia con la quale giocare la partita.

Detto così, lo svilupparsi del lavoro di Antonietta potrebbe sembrare un arido, se pur funzionale, fatto organizzativo, valido per un qualsiasi tipo di progetto, che abbia anche ben poco a spartire con l’arte.

Sarà il caso di approfondire.

Abbiamo l’artista, con la sua creatività viva e sfaccettata, abbiamo il metodo di lavoro, improntato all’ordine e al ragionamento.

Ed ecco che interviene la natura, con l’abbagliante bellezza delle sue regole, quelle dei numeri, della geometria e della matematica, con le loro manifestazioni che l’artista scopre, conosce e fa proprie.

Gli accenni al figurativo di alcuni anni fa, la naturale inclinazione per il bello, gli studi accademici intrapresi, lo stupore nei confronti della creatività spontanea e pulita dei bambini – in esperienza di scuola materna, il fascino che prova per la geometria descrittiva, quello per il Futurismo (Boccioni, Balla, Depero), oltre che una ricerca costante di sperimentazione diretta, hanno portato Cavallero, durante anni di lavoro intenso, a sviluppare un linguaggio convintamente astratto, non scevro di rimandi ad emozioni suscitate dall’ammirazione per l’Astrattismo europeo del Novecento (Klee, Kandinsky, Mondrian – ma anche Klimt per l’astrazione profonda raggiunta in alcune vette decorative), hanno portato Antonietta Cavallero ad esprimere il proprio appartenere ad un mondo sicuramente collocato nel territorio dell’astrazione, tramite un linguaggio netto, efficiente e focalizzato con estrema precisione, che trova il suo ritmo nella sostanza onnipresente delle leggi dei numeri.

Scopre, come già i Suprematisti (Malevich, Lisinsky) il valore timbrico del colore ed il carattere identitario delle pure forme geometriche e costruisce un modo narrativo muto e musicale, sul filo della riscoperta della purezza delle mutazione dei colori primari, accordati con gli intervalli di progressioni numerali, quali la sequenza logica di Fibonacci.

Le superfici pittoriche sono ormai rappresentazioni di mondi in assoluto equilibrio che nell’applicazione delle ineffabili leggi della geometria producono emozioni difficilmente definibili, simili a quelle che possiamo provare ad esempio nella contemplazione di fenomeni di rifrazione cristallografica, o di visione della materia nella macrodimesione delle galassie o quella del microcosmo delle particelle elementari.

Quello che Antonietta Cavallero ci regala è un viaggio nella pittura dal fascino sottile, nella luce e nella non-luce, evanescente e astratto, profondamente percepibile, ma non misurabile, che commuove e innamora, come i colori ineffabili delle penne delle ali delle ordinatissime schiere di angeli del Beato Angelico, da Antonietta profondamente amato.

Sandro Lorenzini




GULLIarte – via Nostra Signora dell’Olmo 5/7/9 – Savona

info: www.gulliarte.it – facebook/instagram:@gulliarte.it – info@gulliarte.it – 3478055044

ORARIO GALLERIA: chiuso il lunedí

tutti i giorni dalle ore 13.00/19.30


Sabato 28 febbraio 2026, dalle ore 18,00, fino al 29 Marzo 2026, s’inaugura presso la Galleria

GULLIarte, a Savona in Via Nostra Signora dell’Olmo 9,

la mostra dell’arista Dario Bosano:

OPERE

Una personale curata da Antonella Gulli, con la presentazione dell’artista a cura di Sandro Lorenzini.

Le 50 opere su tela, che Bosano espone da GULLIarte , sono sviluppate sulla tematica della pittura astratta, che si riferiscono a una rivisitazione dell’Action Painting americano del secondo dopoguerra, interpretato in maniera suggestiva e dinamica, in chiave attuale, con un colorismo vivace e fortemente espressivo.

Invitiamo ad approfondire il testo critico a cura di Sandro Lorenzini qui di seguito pubblicato.


TESTO CRITICO – a cura SANDRO LORENZINI

DARIO BOSANO – OPERE

Dario Bosano ci offre con questa personale l’occasione per fare il punto circa i rapporti che ciascuno di noi intrattiene, che lo voglia o no, con l’arte astratta e l’apparente caos che talvolta sembra manifestare, tramite i messaggi subliminali o criptici che l’incontro con essa potrebbe suggerirci.

Le opere che Bosano espone si inseriscono con vigore nel solco dell’Espressionismo Astratto, richiamando quell’Action Painting dove l’atto del dipingere diviene per l’artista che lo compie un vero e proprio rito liberatorio.

Dobbiamo tuttavia osservare come Bosano sappia declinare questa eredità storica, di cui è pienamente consapevole, l’attualizzandola mediante una sensibilità peculiare sua propria.

Non vi è caos nelle sue tele, ma piuttosto una costante ricerca di armonia dinamica: ogni goccia, ogni schizzo e ogni stratificazione cromatica sembrano rispondere a

un’urgenza interiore che si affaccia e trova finalmente voce sulla superficie.

Il colore è dunque per Dario Bosano un linguaggio vitale dinamico che diventa il mezzo ideale con cui esprimere un flusso inarrestabile di stati d’animo.

Quello dell’artista è un invito a guardare oltre la forma.

Egli non descrive il mondo: lo sente.

Le sue opere sono finestre aperte su paesaggi interiori, dove ciascuno di noi è libero di proiettare i propri sogni e le proprie emozioni, trovando nell’avvicendarsi delle cromie un linguaggio universale e catartico.

La pittura di Dario Bosano appare come una danza di atomi colorati, un’esplosione cosmica che trasforma la tela in un campo di forze in cui la materia pittorica rivendica una propria autonomia fisica.

L’artista non si limita a stendere il colore, ma lo“edifica” con maestria, strato su strato, attraverso una sedimentazione armoniosa di materia e di gesti, di azione e di memoria.

E’ una lavorare cosciente: le pennellate sono grasse e corpose, il materiale appare ora fresco e lucido, colto nell’atto di scivolare via, ora cristallizzato in grumi che catturano la luce, creando ombre proprie sulla tela.

L’uso del “dripping” (sgocciolamento) non ha solo un fine estetico, ma funge proprio da “tessitura aerea”: i filamenti di colore si intrecciano suggerendo un senso di movimento perpetuo.

L’uso di spatole che spesso scavano e incidono l’impasto pittorico, rivelano gli strati sottostanti, che riemergendo producono nuovi giochi cromatici.

La scelta di formati spesso importanti permette al materiale di espandersi senza costrizioni, facendo sì che il pigmento si riveli come un nuovo protagonista, libero di accordarsi in una sinfonia di sensazioni e di coinvolgimenti emotivi che ci accompagnano, suadenti, lungo il cammino in fondo al quale, se sappiamo ben vedere, sta di casa, insieme con la verità, la bellezza.

Sandro Lorenzini


DARIO BOSANO – OPERE – OLIO SU TELA 100X100


DARIO BOSANO – OPERE – 70X100


Biografia

Dario Bosano nasce e vive a Savona, città di mare e di terra, la cui luce e i cui contrasti hanno profondamente influenzato la sua sensibilità artistica. Il suo percorso nel mondo dell’arte inizia come una necessità di esplorazione interiore, un viaggio verso le radici dell’emozione pura che lo porta, negli anni, a distaccarsi dalla figurazione tradizionale per approdare a un linguaggio astratto e materico di rara potenza.

Autodidatta per vocazione e ricercatore per istinto, Bosano ha saputo elaborare una cifra stilistica personalissima, dove l’eredità dell’Informale e dell’Espressionismo Astratto americano viene riletta attraverso un filtro squisitamente mediterraneo. La sua tecnica è un dialogo fisico con la tela: un corpo a corpo fatto di gesti istintivi ma controllati, dove la spatola, il pennello e le dita diventano estensioni della sua volontà creativa.

Le sue opere sono state protagoniste di numerose mostre personali, ricevendo consensi per la capacità di comunicare una gioia di vivere vibrante e, al tempo stesso, una profonda riflessione sulla complessità dell’animo umano. Attraverso la sua ricerca costante sull’equilibrio cromatico e sulla dinamica del segno, Dario Bosano continua oggi a indagare le infinite sfumature della “vita a colori”, confermandosi come una delle voci più autentiche e passionali del panorama artistico savonese contemporaneo.


GULLIarte – via Nostra Signora dell’Olmo 5/7/9 – Savona

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ORARIO GALLERIA: chiuso il lunedí

tutti i giorni dalle ore 13.00/19.30



GIORGIO MOISO – COLORE, MATERIA, GESTO.

Inaugurazione: Sabato 29 Novembre 2025 ore 17.00

Periodo: 29 novembre 2025 – 26 gennaio 2026

Luogo: GULLIarte – Via Nostra Signora dell’Olmo 5/7/9 – Savona

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Orari: tutti i giorni 12.30 -19.30

Progettazione mostra,allestimento a cura di Antonella Gulli

Presentazione mostra e testo critico a cura del Prof. Domenico Iaracá


Sabato 29 Novembre 2025, alle ore 17.00, s’inaugura presso la Galleria

GULLIarte, a Savona in Via Nostra Signora dell’Olmo 9,

la mostra Antologica del Maestro GIORGIO MOISO:

COLORE, MATERIA, GESTO.

Dopo l’esposizione a Castellamonte. presso lo storico Museo della Ceramica Fornace Pagliero, le opere del Maestro Giorgio Moiso approdano ora a Savona, tra le pareti della Galleria GULLIarte.

Tra le 50 opere esposte in Fornace del Maestro Moiso, in occazione della 64 Mostra della Ceramica a Castellamonte, il fulcro della mostra é stato il grande “Tappeto da Viaggio” , che catturava lo sguardo e l’immaginazione: un pannello in ceramica di straordinaria bellezza, composto da 189 formelle, completato con pazienza e dedizione proprio nelle stanze della Fornace. L’opera rimane esposta nei cortili della Fornace in permanenza.

L’arte di Giorgio Moiso non si racconta con facilità, perché nasce dall’incontro tra sapere, sensibilità e musica. Il jazz, con le sue vibrazioni e improvvisazioni, attraversava le mani dell’artista e si trasformava in segni, colori, figure di donne, parole sospese tra pittura e ceramica.

Ogni opera è un respiro, un gesto che trasmette emozione, ritmo e armonia: è la musica che prende forma e diventa visibile, è l’anima dell’artista che si fa materia e luce.

La curatrice Antonella Gulli



TESTO CRITICO a cura di Domenico Iaracá

Una mostra dedicata a Giorgio Moiso e la sua ricerca artistica.

Un’opportunità importante, con opere che ripercorrono le diverse tappe del suo percorso, con l’occasione di approfondire il suo operare tra Albisola e il centro del Canavese su cui ci soffermeremo tra poco.

Già da questa premessa appare immediatamente chiaro come sia un compito davvero arduo se non impossibile riassumere, sinteticamente ed esaustivamente al tempo stesso, una carriera pluriennale con molte tappe diverse al suo interno.

Per quanti fossero interessati ad una prospettiva diacronica non possiamo quindi che rimandare alla fortunatamente ricca bibliografia. Altrettanto numerosi i giudizi espressi dagli artisti di indubbia fama incrociati nel suo percorso, da Agenore Fabbri a Bruno Ceccobelli, solo per fare due esempi. Ci limitiamo così ad alcuni spunti di riflessione a partire dal tema delle sue opere e le scelte cromatiche a questi legate.

La tela del 1971 dedicata all’’albero, tema centrale della produzione di Moiso, non può che ricordarci un’opera nella storia dell’arte, il lavoro di sessant’anni esatti precedenti di un altro grande pittore, il belga Piet Mondrian, ora al Gemeentemuseum Den Haag.

La scelta di abbandonare le cromie naturali per i toni di grigio, il progressivo ridursi delle forme tridimensionali a pretesti grafici sembrerebbero accomunare il percorso intrapreso dai due. Ma basta procedere di pochi anni nei rispettivi percorsi per vederne le discrepanze.

Se noi tutti abbiamo davanti agli occhi le scansioni geometriche che scandiscono le tele di Mondrian, le sue campiture cromatiche uniformi,non possiamo che apprezzare, in Moiso, le medesime in forme mai uguali alle altre,i colori corposi che coprono le tele. Alberi prima e canne poi, in sequenze di colori primari accostati gli uni agli altri in estrema libertà.

Lo stesso principio ispiratore crediamo di poter riscontrare nella sua trasposizione su tela degli stimoli offerti dalla musica jazz. Nel tentativo di descrivere le opere di questo periodo la critica ha usato I termini “infigurale e dinamicamente spontanea”, Se consideriamo gli esiti dell’incontro di artisti diversi con gli stimoli offerti dai paesaggi urbani e più latamente culturali degli Stati Uniti gli esiti appaiono decisamente personali. Se Mondrian, arrivato a New York, parcellizza ulteriormente i suoi tracciati già ortogonali, Moiso preferisce rivolgersi alla più impalpabile delle fonti d’ispirazione, la musica, che diventa parte integrante delle sue performance.

Prima di concludere un accenno – veloce, ma doveroso – ad un’opportunità rara che é stata offerta dalla mostra di Castellamonte; ci riferiamo alla possibilità di vedere ancora allestita, nei cortili del Museo della ceramica Fornace Parliero, l’opera Tappeto di viaggio. Si tratta di pannelli di ceramica realizzati ad Albisola e cotti poi a Castellamonte, per rinsaldare un legame profondo tra I due centri di antica tradizione ceramica.

La Fornace Pagliero ha presentato quest’opera monumentale di circa trenta metri quadrati, con i profili femminili incisi nell’argilla. Se nei tarocchi, opere di alcuni anni precedenti, la citazione della ceramica tradizionale anima le vesti dei personaggi, anche questa scompare del tutto inTappeto di viaggio per lasciare spazio al gesto libero, in una produzione che ha fatto della libertà il suo tratto distintivo.

Domenico Iaracà


GULLIarte – via Nostra Signora dell’Olmo 5/7/9 – Savona

L’arte di Giorgio Moiso non si racconta con facilità, perché nasce dall’incontro tra sapere, sensibilità e musica. Il jazz, con le sue vibrazioni e improvvisazioni, attraversava le mani dell’artista e si trasformava in segni, colori, figure di donne, parole sospese tra pittura e ceramica.

Ogni opera è un respiro, un gesto che trasmette emozione, ritmo e armonia: è la musica che prende forma e diventa visibile, è l’anima dell’artista che si fa materia e luce.

info: www.gulliarte.it – facebook/instagram:@gulliarte.it – info@gulliarte.it – 3478055044

ORARIO GALLERIA: tutti i giorni dalle ore 12.30/19.30



Biografia (Cairo Montenotte1942 – Savona 2019)

Giorgio Moiso comincia a dipingere nel 1955 e parallelamente inizia lo studio della musica.

Muove i primi passi nel mondo dell’arte grazie al pittore Carlo Leone Gallo (1875-1960) dal quale apprende le tecniche della pittura. Nel 1968 si diploma al Liceo Artistico di Savona.

In quegli anni ha avuto modo di conoscere e di far proprio lo straodinario clima di apertura avanguardistica degli artisti internazionali che frequentavano negli anni ’60 Albissola Marina (Wilfred Lam, Asger Jorni, Luci Fontana, Giuseppe Capogrossi, Piero Manzoni, Sergio Dangelo, Agenore Fabbri, Mario Rossello).

Nel 1972 su invito di Mario De Micheli espone alla mostra “Il tema dell’uomo” al Museo della Ceramica di Albisola Marina. Sempre nello stesso anno ad Albisola apre lo studio situato nella celebre piazzetta di Pozzo Garitta accanto all’atelier di Lucio Fontana.

Nel 1975 é invitato alla X Quadriennale di Roma, presenta due opere di grandi dimensioni. L’anno dopo si trasferisce a Milano dove rimane per alcuni anni. In quel periodo gli si rivelano “dal vivo” i “grandi americani”, da De Kooning a Franz Kline, ai quali si sente vicino con la sua attuale pittura decisamente “infigurale” e dinamicamente spontanea.

Nel 1988 incontra a Venezia Mimmo Rotella, Pierre Restany e Arnaldo Pomodoro. Negli anni successivi molte mostre lo vedono protagonista; nel 1997 si unisce al gruppo di artisti “arte con creta” (Tommaso Cascella, Bruno Ceccobelli, Enzo Esposito, Ugo Nespolo ed altri) con i quali espone a Arte Fiera Bologna.

Nel 1988 la passione per il jazz lo porta ad una svolta decisiva nel suo lavoro: far dialogare la musica con il gesto, il segno, il colore.

Il richiamo alle geniali sperimentazioni degli anni cinquanta e dei primi anni sessanta – il gruppo giapponese Gutai Mathieu, Fluxus – con l’aggiunta della matrice jazz danno vita a una miscela del tutto personale: la LIVE Performance Painting.

Nel 2001 tiene una personale (di pittura e scultura) e un concerto jazz presso la galleria Rinaldo Rotta di Genova ed una mostra personale con un concerto nella galleria Daniel Duchoze a Rouen.

Nel 2004 viene allestita una mostra con Marc Kostabi a Venezia

Nell’ottobre 2006 espone nel prestigioso Castello di Rivara e per l’occasione viene presentato il libro “LIVE!, Performance Panting Giorgio Moiso” a cura di Luca Beatrice. In questa mostra espone anche un grande pannello in ceramica “Tappeto da Viaggio”, plasmato ad Albissola Capo presso gli stabilimenti della PiralArte ed ultimato e cotto presso la Fornace Pagliero di Castellamonte. Un pannello composto da 189 formelle per una misura complessiva di 9.50×2.50. Nel Museo Centro Ceramico Fornace Pagliero, adesso é possibile visionarlo in permanenza, nel suo cortile interno, nel quale é stato installato, in occasione della mostra in omaggio al Maestro, svolta da maggio a settembre 2025: “COLORE MATERIA, GESTO” a cura di Antonella Gulli, con la critica di Domenico Iaracá.

Nel 2007 vien pubblicato il libro “Moiso e il cane di Cesar” a cura di Maurizio Sciaccaluga.

Nel 2008 espone a Milano presso lo Spazio Mazzotta e a Savona nella Piancoteca Civica. Nell’occasione viene presentato il libro “Giorgio Moiso – Fingerstamps” a cura di Francesco Poli, edizioni Mazzotta.

Nel 2009 realizza lo splendido album “Round Midnight”, nel quale attraverso 43 opere, mette in relazioni i coevi movimenti artistici, bebopop-pittura d’azione, cool jazz-minimalismo e cool art, free jazz arte concettuale.

Nel 2010, Giorgio Moiso viene invitato a rappresentare l’arte contemporanea italiana all’Asian Museum of art di Daejeon in Korea, con una mostra personale allestita in 11 sale espositive, ”Cosmography” é il titolo della mostra, della perfomance e del catalogo.

Nel 2011, la RADO viene invitato ad Istanbul all’Esma Sultan Palace, dove realizza in performance un grande dipinto di 2 metri per 3 su di una superficie in plexiglass.

A Cairo Montenotte, citta natale di Giorgio Moiso, nell’aprile del 2011 viene inaugurato il pannello “Pelle d’Oca” – donato ala citta dall’artista – realizzaro nell’anfiteatro del Palazzo di Citta di Cairo Montenotte, nell’ottobre del 2008 durante una memoravile performance/spettacolo dell’artista alla presenza della cittadinanza cairese. L’opera del pannello ceramico misura 8 metri per 2,5 metri, rappresenta una sfida dal punto di vista tecnico, essendo realizzata integralmente in terracotta con smalti e ossidi a gran fuoco presso gli stabilimenti PiralArte di Albisola.

Sempre nel 2011 viene invitato alla 54 Biennale di Venezia padiglione Italia-Torino.

Nel 2012, a Palazzo Ducale a Genova apre una sua personale, all’interno della Rassegna: “Come, Quando, Fuori Piove”.

Nel 2014, a Savona presso la Galleria GULLIarte, all’inaugurazione del nuovo spazio espositivo, apre la sua personale “La stanza dell’impiccato” dedicata alle figure dei Tarocchi e in particolare alla carta del Pendu.

Nel 2018, a Savona presso la Galleria GULLIarte apre la sua personale “Dipingere la pittura”, una selezione di opere pittoriche e ceramiche realizzate nel suo ultimo periodo creativo.

Nel 2019, in collaborazine con le ceramiche San Giorgio di Albisola Marina, realizza ed espone un pannello in ceramica di misura 195×3,25 , al JYSK MUSIKTEATER di Silkeborg in Danimarca.

Nel 2023, la Famiglia eredi Moiso apre alla Fortezza del Priamar in collaborazione con il Comune di Savona, la prima retrospettiva antologica curata da Luca Beatrice.



DOMENICO ASMONE

“Cromatismi Materici”

Mostra personale di ceramiche, sculture e tele

Inaugurazione: sabato 11 ottobre 2025, ore 17.30
Periodo: 11 ottobre – 23 novembre 2025
Luogo: GULLIarte, Via Nostra Signora dell’Olmo 5/7/9 – Savona
Orari: tutti i giorni 12.30 – 19.30 (chiuso il lunedì)


Sabato 11 ottobre 2025, alle ore 17.30,

la Galleria GULLIarte di Savona inaugura la mostra personale di Domenico Asmone, intitolata

“Cromatismi materici”,

che resterà aperta al pubblico fino al 23 novembre. 2025.

L’esposizione è curata da Antonella Gulli, con testo critico di Domenico Iaracá.

Dopo il successo ottenuto al Museo Ceramico Fornace Pagliero 1814 durante la 64ª Mostra della Ceramica di Castellamonte, “Cromatismi Materici” arriva a Savona con circa 80 opere tra sculture, altorilievi ceramici e tele.

La ricerca artistica di Domenico Asmone si muove tra storia e materia, evocando nelle sue opere suggestioni medievali, rimandi all’arte sacra e riferimenti cromatici alla tradizione italiana.

Le sue sculture ceramiche e tele materiche si distinguono per un uso personale e potente del colore, che diventa protagonista assoluto: è il colore, infatti, a costruire forme e volumi, superando i contorni del disegno.

L’arte di Asmone non riproduce, ma evoca: emozioni, paesaggi interiori, echi culturali delle città vissute – da Bologna a Pistoia – con un’energia vibrante che parla direttamente ai sensi. È una pittura sensoriale e vitale, capace di coinvolgere e trascinare lo spettatore.

Le opere in mostra dialogano tra volumi e colori, dando vita a un percorso sensoriale che unisce suggestioni di luce, colore e materia.


TESTO CRITICO

a cura di Domenico Iaracà

DOMENICO ASMONE – CROMATISMI MATERICI

C’è una summa di storia alle spalle delle opere di Domenico Asmone in mostra a Castellamonte. O, meglio, di storie dovremmo forse dire.

Ma non solo questo, come speriamo di poter chiarire in queste righe di introduzione all’evento. Ripercorrendo insieme ai visitatori della mostra il percorso che ci porta all’interno delle Fornace Pagliero, non possiamo non partire dall’esempio immediatamente evidente di archeologia industriale rappresentato dalla sede della mostra stessa.

Vero monumento del territorio del Canavese, è una traccia della storia economica e produttiva collegata al materiale ceramico quello che balza immediatamente agli occhi: dalle ciminiere sovrastanti i forni, ai numerosi locali di stoccaggio del materiale e dei prodotti, la mostra è ambientata in esempi eclatanti di quanto nel mondo anglosassone è molto studiato fino ad essere tema di percorsi accademici. A questa si aggiunge una consapevole citazione dell’artista di diversi esempi della storia dell’arte. Nelle righe introduttive che l’artista stesso ha infatti premesso al volume dedicato agli altorilievi è dichiarato un debito riconoscente verso capisaldi della storia dell’arte, a partire da quel Giovanni Pisano che firma il pulpito nella chiesa di Sant’Andrea a Pistoia, città adottiva dell’artista stesso.

Ma se le sculture medievali sono un rimando alla forma dell’oggetto artistico, c’è l’accesa cromia del fregio robbiesco dell’Ospedale del ceppo, della stessa Pistoia, a fare da specchio agli smalti scelti dall’artista. Ai rimandi riconosciuti dall’artista stesso potremo aggiungerne uno ulteriore: guardando in particolare alla sovrapposizione della forma scultorea alla cornice che delimita i rilievi arriviamo al San Francesco di Zurbaran o al San Sinibaldo di Dosso Dossi all’Accademia di Venezia: in queste due tele i santi, seppur siano rappresentati obbedendo alle inamovibili regole iconografiche della pittura religiosa, rompono irriverenti i limiti imposti dalla convenzioni pittoriche sporgendo fuori dalla cornice loro dedicata, conquistando quindi lo spazio e dando vita ad una rivoluzione rispetto alla tradizione artistica precedente.

Quanto detto non deve fare però cadere nell’equivoco di considerare che la ricerca artistica di Asmone sia esclusivamente debitrice della tradizione precedente. Decisamente personale e pienamente riconosciuto e riconoscibile è infatti l’uso estensivo del colore. Anche nella rara se non isolata opera prevalentemente bianca, le tracce di altri colori e i chiaroscuri della forma molto movimentata creano giochi di luce e d’ombra che rompono la monocromia.

L’aspetto è ancora più evidente in opere in cui colori diversi si accostano gli uni agli altri. Indifferentemente in opere in due o tre dimensioni, crediamo sia questa la cifra stilistica che ne contraddistingue l’opera. Possiamo dire di più: nelle opere pittoriche è il colore stesso che, in assenza di disegno o linee di contorno, crea la forma dei rari rimandi mimetici delle opere, temi figurativi accennati dai titoli. Ma anche in questo caso sono più evocazioni che non riproduzioni quelle che dobbiamo aspettarci nelle opere di Asmone, l’eco di un vissuto e non il rispecchiamento pedissequo di un evento o di un paesaggio.

Volendo procedere con qualche notazione critica sull’opera di Domenico Asmone non possiamo che rimandare innanzitutto al ricco apparato di testi presente nel catalogo Il colore mi possiede volume pubblicato in occasione della recente mostra milanese. Le nostre si propongono quindi come semplici chiose a quanto già sapientemente scritto, a partire dal richiamo di Nello Taietti al gusto per la natura tipica della temperie romantica. Se questo è indubbiamente vero, a questo aggiungiamo anche il rimando al sentimento romantico del sublime inteso come stupore davanti all’infinitamente grande e infinitamente potente, sentimento che ci sembra di intravedere in tele come Energia Lampi e tuoni.

Ad un romanticismo di matrice nordica, attento al medioevo e alle sue rovine, potrebbe a prima vista rimandare pure la citazione dei paesaggi culturali delle città in cui è vissuto, dalla nativa Bologna a Pistoia, paesaggi culturali richiamati negli stemmi e negli architravi scolpiti delle chiese dalle facciate bicrome, a fasce bianche e nere. Ma le forme frammentate crediamo vadano lette più come abbozzi di forme da completare mentalmente, seguendo I principi gestaltici che non un gusto per le rovine.

Se dovessimo infine scegliere una definizione per illuminare l’irriducibile ricchezza di stimoli che l’arte di Asmone ci suggerisce potremmo semmai propendere per quella di vitalismo panico che colori e Natura lussureggiante, presenti nelle sue opere, ci ispirano. Di fronte a questa esplosione di energia e vita, che trasuda dalle sue opere e interagisce con I paesaggi urbani citati senza tuttavia obliterarli, noi siamo trascinati e animati. Domenico Iaracá


Biografia DOMENICO ASMONE

Domenico Asmone nasce a Bologna nel 1963 e vive a Pistoia dal 1969. Autodidatta, attivo dagli anni ’80, sviluppa una ricerca artistica centrata sul colore e sulla materia, con un linguaggio personale che spazia tra pittura e scultura ceramica.

Negli anni ha esposto in Italia e all’estero (Milano, Savona, Roma, Lugano, Berlino, Hong Kong) ed è stato selezionato da critici come Giammarco Puntelli e Nello Taietti per progetti editoriali ed espositivi. È membro storico del gruppo Laboratorio Acca ArteInvestimenti, e artista socio del Museo della Permanente di Milano.



64^ edizione – dal 23 agosto al 14 settembre 2025- a cura di Giuseppe Bertero


Si rinnova anche quest’anno il sodalizio espositivo con la Galleria GULLIarte e la Fornace Pagliero di Castellamonte che nei suoi suggestivi ambienti industriali ospita tre eventi della programmazione di Kéramos 2025.
Il primo ha aperto al pubblico il 10 Maggio con una retrospettiva dedicata al Maestro Giorgio Moiso dal titolo “COLORE, MATERIA, GESTO, sará riaperto il 23 agosto nell’ambito dell’evento della MOSTRA DELLA CERAMICA DI CASTELLAMONTE, curata ada Giuseppe Bertero.
Circa settanta opere pannelli, vasi, piatti e grandi tele, fanno da cornice ad un maestoso pannello in ceramica, esposto in un cortile interno della fornace, intitolato “Tappeto da Viaggio”.
Un’opera di circa trenta metri quadri, plasmata al Albissola e cotta a Castellamonte, la quale s’integra perfettamente nel cortile della fornace.
Il grande forno circolare, in uso dal 1867 per la cottura del grés salato, ospita la mostra aperta a Savona durante il III Festival della Maiolica, mostra dedicata al grés, con la collettiva denominata
“KÉRAMOS IN GRÉS”. Sono esposti artisti storici e museali e artisti contemporanei:
Leonardo Bartolini, Carlos Carlé, Evandro Gabrieli,
Adriano Leverone, Sandro Lorenzini, Ylli Plaka, Atsushi Shimanda,
Alessio Tasca, Vittore Tasca, Carlo Zauli.
Al primo piano della fornace, negli spazi recentemente restaurati, é ospitata la mostra del Maestro Domenico Asmone con una personale intitolata “CROMATISMI MATERICI”. Opere in ceramica e scultura, al- torilievi dai cromatismi magici, interagiscono con opere in tela, in una visuale complessiva d’allestimento cromatico
Questa mostra si trasferisce in galleria GULLIarte dall’11 ottobre fino al 23 novembre 2025.
Successivamente, come evento conclusivo della rassegna Kéra-
mos 2025, dal 29 Novembre 2025 fino al 26 Gennaio 2026, GULLIarte ospita la mostra del Maestro Giorgio Moiso“Colore, materia, gesto”.

Le mostre in programma in Kéramos2025 ed allestite a Castellamonte sono a cura di Antonella Gulli, con la collaborazione e il testo critico e la presentazione a cura di Domenico Iaracá.


GIORGIO MOISO – COLORE, MATERIA, GESTO

KÉRAMOS IN GRÉS

BARTOLINI, CARLÉ, GABRIELI, LEVERONE, LORENZINI, PLAKA, SHIMADA, A. TASCA, V. TASCA, ZAULI

DOMENICO ASMONE– CROMATISMI MATERICI

CENTRO CERAMICO MUSEO FORNACE PAGLIERO – LOCALITÁ SPINETO – CASTELLAMONTE

XI RASSEGNA DI CERAMICA CONTEMPORANEA E DEL NOVECENTO


La XI RASSEGNA KÉRAMOS 2025 , s’inaugura SABATO 7 GIUGNO ORE 19.00

L’evento é inserito nel programma “off”, nell’ambito del III Festival della Maiolica 2025.

La mostra in Galleria GULLIarte che apre questo evento nazionale, giunta alla XI edizione, é una collettiva dedicata al grés, dal titolo “KÉRAMOS IN GRÉS”, nella quale sono presentati artisti già inseriti in galleria, abbinati a nuovi artisti sia contemporanei che storici e museali:

LORENZO BARTOLINI – CARLOS CARLÉ – EVANDRO GABRIELI – ADRIANO LEVERONE – SANDRO LORENZINI – YLLI PLAKA – ATSUSHI SHIMADA – ALESSIO TASCA – VITTORE TASCA – CARLO ZAULI.

Un grande lavoro di ricerca e di coordinamento a cura di Gulli Antonella con la collaborazione, la critica, la presentazione a cura di Domenico Iaracà .

Nel contesto, é presentata un opera ed un progetto, il quale é inserito in galleria e sviluppato con il patrocinio di GULLIarte: L’ALBERELLO – IL GIOIELLO PER LA TUA CASA.

All’esterno della Galleria un grande happening con l’ APERIKÉRAMOS, organizzato dagli esercenti di 2123 e RETRO, una sodalizio tra arte e cibo.

La programmazione di KÉRAMOS2025 é sviluppata in un arco temporale che parte dal 10 Maggio2025 fino al 26 gennaio 2026.

ALESSIO TASCA

ADRIANO LEVERONE

CARLO ZAULI

CARLOS CARLÉ

ALESSIO TASCA – SFERA 1982 — ADRIANO LEVERONE – LA CULLA —- CARLO ZAULI- SENSUALITÁ 1980 — CARLOS CARLÉ CASCOTTE


”Kéramos in grés“ – a cura di Domenico Iaracá

il grés ha una ricchezza, un calore, un’espressività che gli altri materiali non hanno”.

Carlos Carlé

“L’XI edizione della rassegna Kéramos vede la galleria GULLIarte arricchire il suo portfolio di artisti con opere in gran parte inedite o mai viste in questa sede grazie alla preziosa collaborazione di artisti, istituzioni museali e collezionisti privati. Ciò permette di tracciare un quadro significativo della ceramica prodotta in Italia negli ultimi cinquanta anni nel quadro di un omaggio a Carlos Carlé, a dieci anni dalla sua scomparsa.

La selezione operata sarà visibile sia in galleria sia in istituzioni museali fuori regione, a partire dal Museo ceramico Fornace Pagliero 1814 a Castellamonte, in provincia di Torino.

Le grandi architetture di Carlé ci legano a Leonardo Bartolini. Già dai titoli appare un interesse comune: Colonne in Carlé, Guglie e Bastioni in Bartolini, ma la trasposizione nei due appare immediatamente molto diversa. Fatta salva un’attenzione per la tettonica degli edifici riproposti in ceramica, una prima differenza si riscontra nel trattamento delle superfici: in Carlé ricorre un tratto distintivo fatto di tagli e incisioni; a questo si contrappongono le campiture uniformi di Bartolini che, partendo dagli spigoli taglienti degli edifici a cui si ispira, aggiunge i margini morbidi nelle citazioni dei cuscini giapponesi. Dal macroscopico al microscopico, dal monumentale all’oggetto della più intima quotidianità, l’artista rivolge il suo occhio attento alle volumetrie, al rapporto tra gli oggetti e lo spazio, nel significato più ampio di architettura, sia che si rivolga agli esempi italiani, sia che guardi al Giappone, suo Paese d’elezione.

Un nucleo importante di opere sintetizza la ricerca di Carlo Zauli, sperimentatore del grés a partire dalla metà degli anni ‘50. Dopo una fase produttiva con materiali della tradizione italiana, quegli anni vedono infatti la sperimentazione del nuovo materiale e l’affermarsi del bianco che ne è diventato una firma ante litteram. L’argilla dei campi solcati dall’aratro o, al contrario, le superfici levigate di sfere talvolta lacerate o fratturate; vasi sconvolti, con una definizione dell’artista stesso, ovvero collassati su se stessi e poi ricomposti; oppure le grandi steli, parcellizzazione di opere monumentali allestite stabilmente in molti Paesi: è ampio Il repertorio di forme che caratterizzano la produzione di Zauli, così come, all’inverso, è ristretta la tavolozza.
La porosità della materia e le superfici talvolta ruvide trasformano i suoi bianchi in opere il cui assistiamo al superamento del monocromo per ritrovare un tessuto ben più mosso, animato dallo scorrere della luce su una superficie non omogenea.

Vere e proprie rivoluzioni artistiche, quelle di cui stiamo parlando, a cui si aggiungono anche sperimentazioni tecniche che hanno lasciato un segno profondo nella ceramica. Ci riferiamo, tra le altre, all’uso innovativo delle matrici per laterizi all’interno della ceramica d’arte, innovazione sperimentata da Alessio Tasca nel suo laboratorio. È appena trascorso il cinquantesimo anniversario della presentazione delle sfere prodotte a trafila alla Biennale di scultura di Gubbio del 1974 e questa tecnologia continua ad essere sperimentata nel laboratorio che porta ancora il nome dell’artista, ma anche l’esterno, come nel Master in design del prodotto ceramico con il coinvolgimento dell’Accademia di belle Arti di Firenze e l’ISIA di Faenza. Nella mostra nella galleria GULLIarte un’opera storica prodotta grazie alla matrice appariva quindi imprescindibile. A questa opera si affianca un ulteriore pezzo unico: una rielaborazione sul tema della sfera, ma in questa occasione composta dall’unione di solidi, di forme geometriche che nella forma conclusa della sfera trovano una loro sintesi in un perfetto equilibrio formale.

Alle opere degli anni ottanta a firma di Alessio Tasca seguono quelle che Vittore Tasca produce in anni più recenti nello stesso laboratorio con intenti completamente diversi: le matrici utilizzate a suo tempo per la produzione di oggetti di design sono impiegate in progetti in cui l’essiccazione naturale del materiale è compartecipe nel percorso creativo. In una ricerca artistica in cui è centrale l’attenzione al mondo naturale, animale o vegetale, queste forme sono chiamate ad evocare aspetti organici. Non mancano tuttavia elaborazioni completamente astratte come quelle in mostra. Rispetto alla produzione storica della bottega la produzione si presenta decisamente innovativa, non solo per l’uso di smalti sui materiali storicamente impiegati, ma anche per le forme che, non a caso, sono indicate nei titoli da sigle e non a rimandi mimetici al mondo che ci circonda.


Altre due esperienze artistiche connesse fra di loro ci portano a Savona con Sandro Lorenzini e uno dei suoi allievi di un tempo, Atshuki Shimada. Partendo da Sandro Lorenzini osserviamo una ricerca accostata all’esperienza della west coast statunitense a al suo gusto per i colori accesi, un confronto con la produzione di artisti tra cui Peter Voulkos. Come ricorda Irene Biolchini nel catalogo della mostra al Museo di Savona, fu proprio lui ad invitarlo all’Università di Berkeley in una delle molte esperienze internazionali a cui, oltre agli Stati Uniti, vanno aggiunte poi Cina e Giappone. Prova tangibile dell’innovazione di Sandro Lorenzini, è presente in mostra uno dei tre grandi vasi prodotti nel 2007 allo Shigaraki Ceramic Culture Park, in Giappone. Applicando tecniche innovative Lorenzini fa uso di smalti sul corpo delle sculture e i tratti luministici in oro sono frutto addirittura di un quarto fuoco. Al cromatismo acceso e contrastante di alcune opere vanno accostati i toni cromaticamente più pacati di altre realizzazioni, ottenuti attraverso l’uso esclusivo di ossidi metallici sul grés in sculture dal tono più intimistico.

Allievo di Lorenzini già dagli anni delle sue residenze a Shigaraki, Atsuhsi Shimada ha seguito il maestro in ripetute esperienze giapponesi e in Italia prima di intraprendere un percorso autonomo. Il materiale utilizzato dall’artista non poteva che essere quello tradizionalmente utilizzato in Giappone, dove le cotture ad alta temperatura sono la norma. Ma le opere presenti in mostra presentano chiaramente il sovrapporsi delle influenze di due Paesi culturalmente molto lontani. Ecco il grande elmo con I tratti che rimandano alla scultura di Paladino e alle maschere veneziane del medico della peste: forme scabre dai tratti somatici spropositati in un’opera dall’impianto monumentale. In mostra opere riconoscibili stilisticamente, rarefatte ed incisive, come la sagoma della barca che, orizzontale o inclinata su un fianco, è pretesto per uno sviluppo in verticale delle forma, anticipando quanto Giuseppe Gallo ha realizzato per la Symphonie en trois mouvements presentata a Parigi nel 2008. Lì bronzi politi e rimandi perfettamente coglibili in ogni dettaglio, qui oggetti che rifuggono, come è stato detto, “le forme scontate di un’estetica narrante”.

Tra gli alunni di Carlo Zauli Adriano Leverone. Radicato nel territorio, ma aperto ad esperienze internazionali, sia di esposizioni che di didattica, perfino su incarico del Governo italiano. Locale e globale, così come argilla e ardesia: mondi all’apparenza antitetici, come, d’altra parte, una Madrepora o un Fiore e un Armigero corazzato, scultura di notevoli dimensioni che unisce bronzo e argilla. Un panorama ampio il suo che non esclude elementi naturali e rimandi quasi epici se non addirittura mitici: è quasi superfluo sottolineare che il termine di armigero rimandi ad un medioevo ormai lontano.
Opere che potrebbero bene essere inserite nell’informale hanno nomi che rimandano al contrario ad oggetti tangibili relativi all’orizzonte più diverso: temi naturalistici appaiono già a metà anni ’70 e in anni ben più recenti, separate da un venticinquennio dalle precedenti. Richiami ad un mondo reale non surclassano però l’interesse per il contrasto nella lavorazione delle superfici, siano queste quelle polite di metallo o argilla che definiremmo steccata alternate a quelle percorse dai suoi riconoscibili incavi dal profilo frastagliato.

Dopo aver visto molte opere riconducibili al termine generico e mai perfettamente esatto di informale, Ylli Plaka sembrerebbe portarci al nostro quotidiano. Ma questo è solo in parte valida e necessita di numerose precisazioni. Se mai dovessimo trovare un termine unico per definirlo potremmo suggerire quello di ibrido, di natura plurima in opere come Uomo lancia o Donna cigno. Se dovessimo poi procedere ad un computo delle sue opere sono ben poche quelle in cui la figura umana è oggetto esplicito della rappresentazione per lasciare invece prevalentemente spazio ad una ricca serie di animali, dai tratti però molto spesso umanizzati, come ho già avuto modo di sottolineare nella sua personale al Museo di rocca Flea a Gualdo Tadino. La fusione di elementi presenti nel nostro orizzonte visivo avviene però in una maniera talmente inaspettata da ricondurre alcune realizzazioni al surreale, come nel busto con una serratura nel ventre, forse simbolo dell’imperscrutabilità femminile.

Animatore delle Officine ceramiche di Roma, Evandro Gabrieli ha già al suo attivo importanti esperienze in Italia e all’estero, dal Concorso Internazionale di Andenne, in Belgio, alla Biennale di Faenza di prossima apertura, ad esemplificare la sua ricerca recente. Architetture emotive,vista ad Andenne era la trasposizione dei trabucchi collegati ai suoi ricordi di infanzia. Così le opere selezionate al Premio Faenza e per l’esposizione savonese. In queste, ci dice, è presentata “una riflessione personale e intima sul sentimento della paura e dell’ansia, esplorando un malessere che è sia sociale che individuale. Con queste creazioni intendo aprire un dialogo, un confronto sull’esperienza di chi si trova a fare i conti con questi stati emotivi. Per raccontare questa riflessione, sono stati scelti come simboli la ”boa” e la “bitta”, volumi cilindrici e da parete, questi lavori ritraggono immagini di atolli e paesaggi terrestri visti dall’alto, attingono all’immaginario del paesaggio marino e ai ricordi dell’infanzia, a un periodo della crescita personale che, pur essendo meno strutturato, è caratterizzato dalla scoperta ludica del mondo circostante e dalla spensieratezza”.

Sono l’Argentina e l’Italia, Savona in particolare, i poli tra cui si svolge la vicenda biografica di Carlos Carlé. Due poli all’apparenza antitetica sono poi quello della lavorazione di laterizi per l’edilizia e la maiolica, ovvero l’industria di famiglia in cui si sono svolti gli anni di formazione e l’occupazione successiva, una volta arrivato in Italia. Potrebbe essere semplicistico dichiarare che il risultato finale della ricerca artistica di Carlé sia una sintesi dei due elementi, ma in realtà alcuni aspetti potrebbero legittimare questa nostra affermazione. Ci riferiamo all’attenzione agli elementi costruttivi, architettonici di molte opere del Maestro, riassunti già dai titoli, come già detto, a cui si unisce un’attenzione per il colore. Non è solo questo a caratterizzare le superfici delle opere: l’artista stesso ricorda l’intervento di “elementi anche molto semplici: li graffio, li taglio, li buco, li lavoro in questa forma qui, per arricchirlo e poi dó una patina molto semplice con diversi ossidi che con l’alta temperatura produce effetti che amo molto. Sempre un po’ contrastato con qualche parte di lucido, di smalto, di cristalli, di vetri, perché una cosa fa vivere l’altra, arricchisce l’opera”. Ecco quindi gli elementi di quella che abbiamo definito una caratteristica immediatamente riconoscibile delle sue opere.
In sintesi una mostra a più voci atta a dimostrare la specificità di un materiale ceramico nell’esperienza molteplice della creatività dei Maestri.

Domenico Iaracá


LEONARDO BARTOLINI

VITTORE TASCA

YLLI PLAKA

SANDRO LORENZINI

EVANDRO GABRIELI

ATSUSHI SHIMADA

PROGRAMMA XI RASSEGNA KÉRAMOS 2025

CASTELLAMONTE

Una mostra fuori sede, a Castellamonte, nella ridente localitá del Canavese, centro di antica produzione ceramica, presso il Museo della Ceramica Fornace Pagliero 1814.

Si é aperta il 10 Maggio 2025 una retrospettiva dedicata al Maestro GIORGIO MOISO dal titolo

“COLORE, MATERIA, GESTO”; esposizione a cura di Antonella Gulli, con testo critico e presentazione a cura di Domenico Iaracá.

Un allestimento di circa 70 opere in ceramica, con sculture, bassorilievi, sfere, realizzate in diversi periodi storici.

Successivamente la mostra si trasferirá a Savona nella Galleria GULLIarte, dal 29 novembre 2025 al 26 gennaio 2026.


SAVONA

Dal 7 giugno 2025 dalle ore 19.00, nell’ambito e in collaborazione con il terzo Festival della Maiolica 2025 a Savona, GULLIarte si apre la rassegna KÉRAMOS 2025 con una importante collettiva.

La mostra, dal titolo Kéramos in grés a cura di Antonella Gulli, con testo critico e presentazione a cura di Domenico Iaracá.

Artisti in esposizione

CARLOS CARLÉ – ADRIANO LEVERONE – ALESSIO TASCA- CARLO ZAULI

LEONARDO BARTOLINI – EVANDRO GABRIELIADRIANO LEVERONE

SANDRO LORENZINI – YLLI PLAKA – VITTORE TASCA – ATSUSHI SHIMADA

Al vernissage, verrá offerto un apericena a tema, “Aperikéramos”, sviluppato sugli spazi stradali difronte alla galleria in collaborazione con alcuni esercenti del quartiere : RETROBOTTEGA – 2123


CASTELLAMONTE

Dal 23 agosto al 15 settembre 2025 nell’ambito delle manifestazione della 64 Mostra dela Ceramica di Castellamonte presso il Museo della Ceramica Fornace Pagliero1814, é ospitata la collettiva

Kéramos in grés”.

Artisti in esposizione:

CARLOS CARLÉ – ADRIANO LEVERONE – ALESSIO TASCA- CARLO ZAULI

LEONARDO BARTOLINI – EVANDRO GABRIELI ADRIANO LEVERONE

SANDRO LORENZINI – YLLI PLAKA – VITTORE TASCA – ATSUSHI SHIMADA


– Dal 23 agosto al 15 settembre 2025

Nell’ambito delle manifestazioni della 64 Mostra della Ceramica di Castellamonte, presso il Museo della Ceramica Fornace Pagliero1814 si apre la personale di ceramica con opere di pittura:

DOMENICO ASMONE – ”CROMATISMO PURO”

La mostra si trasferirá a Savona da GULLIarte dall’11 ottobre al 23 novembre 2025.


SAVONA

Dal 29 novembre al 26 gennaio 2025, da GULLIarte si trasferirá la mostra:

GIORGIO MOISO -”COLORE, MATERIA, GESTO”– giá presentata a Castellamonte.



GIORGIO MOISO: “COLORE, MATERIA, GESTO”

Al Centro Ceramico Museo Fornace Pagliero 1814

di Castellamonte (TO) dal 10 maggio

Verrà presentata il 10 maggio, alle 11, presso il “Centro Ceramico Museo Fornace Pagliero 1814”, in frazione Spineto, 61, a Castellamonte (To) la mostra “Colore, Materia, Gesto”: una antologica con circa 50 opere di Giorgio Moiso (Cairo Montenotte 1942 – Savona 2019) a cura di Antonella Gulli.

La mostra sarà poi aperta al pubblico dall’11 al 25 maggio con il seguente orario: festivi e prefestivi dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 18.30, lunedì chiuso, giorni feriali apertura pomeridiana dalle 15 alle 18.30.


Ritorna la tradizionale RASSEGNA KÉRAMOS 2025, giunta alle XI edizione, che quest’anno copre un arco temporale fino a fine gennaio 2026, sviluppando eventi e mostre, sia nella location della Galleria GULLIarte, che in altre sedi pubbliche e private rassodando sodalizi storici e nuove collaborazioni.

Il primo evento in calendario è a Castellamonte presso il CENTRO CERAMICO MUSEO FORNACE PAGLIERO 1814, con una grande mostra dedicata al Maestro:

GIORGIO MOISO – COLORE, MATERIA, GESTO.

Un’operazione destinata a lasciare una traccia importante nel centro di Castellamonte, con l’allestimento, nella Fornace Pagliero, dell’opera “Tappeto da viaggio”: un pannello monumentale di circa trenta metri quadrati, composto da 189 formelle, che rinsalda il legame tra il luogo in cui è stato cotto e la Piral, la città di Albisola in cui era stato plasmato.

Si tratterà dell’opera più rappresentativa della mostra. Il suo fulcro. Un diamante che verrà esposto presso uno dei cortili interni del complesso.

Il grande pannello rimarrà poi in permanenza negli spazi del Museo!

Nell’interno della Fornace sarà allestita una retrospettiva con circa 50 opere di Giorgio Moiso (Cairo Montenotte 1942 – Savona 2019) a cura di Antonella Gulli. con la presentazione e il testo critico a cura di Domenico Iaracá.

L’esposizione è in calendario nei programmi di Castellamonte degli eventi di BUONGIORNO CERAMICA,nei giorni 17/18 maggio 2025

IL 23 agosto 2025 la mostra sarà riaperta durante le manifestazione della 64 Mostra della Ceramica di Castellamonte, fino al 14 settembre 2025.

Info orari e apertura in dettaglio sul sito www.fornacepaglierocastellamonte.it

Dal 29 Novembre 2025, la mostra sarà trasferita a Savona in Galleria GULLIarte, nella quale verranno inserite per l’occasione delle nuove opere.

TESTO CRITICO A CURA DI DOMENICO IARACA

GIORGIO MOISO E LA LIBERTÁ NELL’ARTE.

Il prossimo 10 maggio inaugura a Castellamonte un mostra dedicata a Giorgio Moiso e la sua ricerca artistica. Opportunità importante con opere che ripercorrono le diverse tappe del suo percorso con un’opportunità unica di approfondire il suo operare tra Albisola e il centro del Canavese su cui ci soffermeremo tra poco.

Già da questa premessa appare immediatamente chiaro come sia un compito davvero arduo se non impossibile riassumere, sinteticamente ed esaustivamente al tempo stesso, una carriera pluriennale con molte tappe diverse al suo interno. Per quanti fossero  interessati ad una prospettiva diacronica non possiamo quindi che rimandare alla fortunatamente ricca bibliografia. Altrettanto numerosi i giudizi espressi dagli artisti di indubbia fama incrociati nel suo percorso, da Agenore Fabbri a Bruno Ceccobelli, solo per fare due esempi.

Ci limitiamo così ad alcuni spunti di riflessione a partire dal tema delle sue opere e le scelte cromatiche a questi legate.

La tela del 1971 dedicata a L’albero, tema centrale della produzione di Moiso. non può che ricordarci un’opera centrale nella storia dell’arte, il lavoro di sessant’anni esatti precedenti di un altro grande pittore, il belga Piet Mondrian, ora al Gemeentemuseum Den Haag. La scelta di abbandonare le cromie naturali per i toni di grigio, il progressivo ridursi delle forme tridimensionali a pretesti grafici sembrerebbero accomunare il percorso intrapreso dai due. Ma basta procedere di pochi anni nei rispettivi percorsi per vederne le discrepanze. Se noi tutti abbiamo davanti agli occhi le scansioni geometriche che scandiscono le tele di Mondrian, le sue campiture cromatiche uniformi, non possiamo che apprezzare, in Moiso, le campiture di forme mai uguali alle altre, I colori corposi che coprono le tele. Alberi prima e canne poi, in sequenze di colori primari accostati gli uni agli altri in estrema libertà.

Lo stesso principio ispiratore crediamo di poter riscontrare nella sua trasposizione su tela degli stimoli offerti dalla musica jazz. Nel tentativo di descrivere le opere di questo periodo la critica ha usato I termini “infigurale e dinamicamente spontanea”,

Se consideriamo gli esiti dell’incontro di artisti diversi con gli stimoli offerti dai paesaggi urbani e più latamente culturali degli Stati Uniti gli esiti appaiono decisamente personali. Se Mondrian, arrivato a New York, parcellizza ulteriormente I suoi tracciati già ortogonali; se Renza Sciutto, conterranea di Moiso, in anni più recenti del pittore olandese riporta nelle sue opere il tracciato regolare delle finestre che ci sovrastano nel percorrere le strade della metropoli, Moiso preferisce rivolgersi alla più impalpabile delle fonti d’ispirazione, la musica, che diventa parte integrante delle sue performance.

Prima di concludere un accenno – veloce, ma doveroso – ad un’opportunità rara offerta dalla mostra di Castellamonte; ci riferiamo alla possibilità di vedere allestita l’opera Tappeto di viaggio. Si tratta di pannelli di ceramica realizzati ad Albisola e cotti poi a Castellamonte, per rinsaldare un legame profondo tra I due centri di antica tradizione ceramica.

Il Centro Museo Fornace Pagliero 1814, presenterá l’opera monumentale di circa trenta metri quadrati, con profili femminili incisi nell’argilla. Se ne I tarocchi, opere di alcuni anni precedenti, la citazione della ceramica tradizionale anima le vesti dei personaggi, anche questa scompare del tutto in Tappeto di viaggio per lascaire spazio al gesto libero, in una produzione che ha fatto della libertà il suo tratto distintivo.

Domenico Iaracá



MARIAN HEYERDAHL – OLE LISLERUD


Sabato 12 aprile 2025 alle ore 18.30, s’inaugura presso la Galleria GULLIarte, la nuova bipersonale

SIMBOLISMI CONTRAPPOSTI

degli artisti Marian Heyerdahl e Ole Lislerud.

Un’allestimento di diverse opere. Alle tele di Lislerud – di grandi dimensioni e dai colori intensi o sfumati – si contrappongono le sculture ceramiche dall’eco orientale della Heyerdahl. Il tutto è affiancato dalle raffinate opere su carte di riso, leggere e quasi impalpabili, realizzate da entrambi gli artisti, in un dialogo di linguaggi contrapposti da cui nasce il titolo ”Simbolismi contrapposti”.

La mostra sará visitabile fino al 1 giugno 2025.

Orario galleria: chiuso il lunedí mattina – tutti i giorni dalle 12.00/19.30

info: 3478055044



SIMBOLISMI CONTRAPPOSTI

Ole Lislerud e Marian Heyerdahl sono artisti di nazionalità Norvegese, di grande esperienza internazionale e di raffinata cultura.

Nel loro percorso artistico si sono confrontanti con culture, genti e Paesi diversi, conducendo esperienze lavorative in varie parti del mondo.

In questa bipersonale, sono allestite diverse opere. Alle tele di Lislerud – di grandi dimensioni e dai colori intensi o sfumati – si contrappongono le sculture ceramiche dall’eco orientale della Heyerdahl. Il tutto è affiancato dalle raffinate opere su carte di riso, leggere e quasi impalpabili, realizzate da entrambi gli artisti, in un dialogo di linguaggi contrapposti da cui nasce il titolo ”Simbolismi contrapposti”.

Marian Heyerdahl presenta al pubblico l’installazione che ha ideato per la mostra di Argillá2024 a Faenza, nel quadro di una mostra che si é svolta nel prestigioso Palazzo Milzetti, Museo dell’Etá Neoclassica in Romagna.

Le opere, che abitavano la “stanza della pace e della guerra” del già citato Palazzo Milzetti, sono una ricerca ispirata ai guerrieri cinesi di terracotta, unici protagonisti della vicenda, con il loro ruolo attivo di uomini in guerra; la rilettura dei conflitti data da Marian Heyerdahl si focalizza invece su chi questi eventi li subisce siano, essi donne o bambini.

A loro appartengo i volti ritratti, protetti da un’inutile casco di carapace di aragosta. Alle loro vite sembrano rimandare le fratture tra le tessere che compongono la parola pace scritta sui suoi grandi piatti, posti su un tappeto o mosaico di ceramiche rotte, quasi una metafora di ferite profonde che vengono in superficie. In contrasto con la profonda sofferenza i colori scelti dall’artista: talvolta sono squillanti o preziosi, oro e argento,quasi da oggetto Pop.

Nelle opere su carta, l’artista si stacca dalla spontaneità intuitiva degli schizzi, base di partenza per i suoi lavori, ed entra in un mondo meditativo, ove i puntini ripetuti della penna formano una sua storia da raccontare.

Tematiche attuali, ma a volte ironiche, sono rivolte al mercato dell’arte, con la raffigurazione della banana che l’artista Cattelan ha creato. Quest’opera è rivisitata dalla Heyerdahl con nastri con impresso il logo dei dollari americani per enfatizzare il grande clamore mediatico e speculativo dell’opera stessa.

Le grandi tele di Ole Lislerud hanno una scelta cromatica che ci avvicina a movimenti di rottura e di distanza dalla classicità e un certo accademismo.

Un filo conduttore costante, basato su iscrizioni, segni e simboli, elementi centrali della sua ricerca artistica, i quali stanno a simboleggiare l’importanza e l’attenzione che l’artista sollecita agli osservatori verso le culture e le lingue che stanno scomparendo per l’effetto dell’attuale globalizzazione culturale.

Lislerud ha scelto di approfondire per questa mostra una sua riflessione sul rapporto immediato eppure complesso fra valore simbolico del linguaggio e identità culturale collettiva, testimonianza della sua continua, intensa e sagace ricerca relativa alla propria identità individuale.

A partire dall imponente Lex Portalis del Palazzo di Giustizia di Oslo (opera in porcellana del 1992) all’odierna mostra SIMBOLISMI CONTRAPPOSTI (GulliArte, Savona, 2025), Lislerud sperimenta la scrittura su materiali diversi, spaziando dalla porcellana al vetro, all’alluminio, L’attenzione ai segni si è sviluppato anche attraverso la pittura e la calligrafia, senza cadere negli stilemi calligrafici tipici dell’Oriente, pur subendone il fascino e l’energia.

Una preziosa opportunità per estimatori dell’arte contemporanea, di apprezzare modalità diverse di guardare al mondo che ci circonda..


OPERE NELLA MOSTRA SIMBOLISMI CONTRAPPOSTI

OLE LISLERUD

LETTERA MISTICA LAVAGNA PERGAMENA

ACRILICO SU TELA 120X120CM


MARIAN HEYERDAHL

CRESCINI - NEL VILLAGGIO DELLA MEMORIA - da GULLIarte a Savona, sabato 1 marzo 2025, ore 17.30. Presentazione a cura di Ferdinando Molteni.                                        Ogni opera di Crescini è la sintesi del suo percorso. Della sua vita. Del suo sguardo sul mondo. E sulle cose: due sedie, un lacerto di rete da pesca e una manciata di pesci. Le sedie sono la quotidianità rassicurante e domestica, lo stare insieme, la partecipazione.  La rete è la trappola, dentro la quale tutti possiamo cadere. Ma dalla quale si può uscire, vivi o morti. E i pesci di Giovanna Crescini, che sono vivi anche se sono morti, lo raccontano con l’evidenza di un fotogramma, con la grazia dei colori e delle forme. Con la poesia insomma.

Sabato 1 Marzo alle ore 17.30 l’antologica dell’artista Giovanna Crescini.

a cura di Antonella Gulli.

Presentazione e testo critico a cura di Ferdinando Molteni.

Un’esposizione di tele e ceramiche, con una selezione cronologica di varie tematiche, in cui l’artista ha sviluppato la sua arte.

L’esposizione é visitabile dal 1 marzo al 31 marzo 2025


I mondi sommersi (e quelli emersi)
di Giovanna Crescini

Pesci, pesci, siamo pesci con branchie rosse;
nulla ci turba e freddo è il nostro sangue:
siamo ottimisti per i nostri guai,
che a esser branco ogni pesce è eroe.

Herman Melville, da Noi pesci

L’ho raccontato mille volte, a lei e agli amici, e l’ho anche scritto. Ma è davvero successo così. Per caso.
Una ventina di anni fa. Forse anche di più.
Lavoravo, allora, al quotidiano “Il Secolo XIX” che aveva una bellissima e grande redazione in via Paleocapa. Ci andavo a piedi, perché stavo in via Martinengo. E tutte le mattine passavo davanti alle vetrine della Cassa di Risparmio di Savona. Dove si esponevano opere d’arte.
Di solito andavo dritto. Non c’era molto che mi interessasse. Qualche vecchia ceramica e qualche peintre du dimanche. Magari anche bravo, ma la cosa finiva lì. Non mi fermavo quasi mai.
Poi, un giorno, ecco in quelle vetrine un’esplosione di colori, di personaggi, di vita vera. Mi fermo a guardare i quadri. Sono una cosa che, lì per lì, rimanda a Renato Guttuso e, anche, all’assonante Saverio Terruso. Quadri magnifici. Capaci finalmente di raccontare. Penso di avere di fronte un’artista siciliana – perché il nome lo avevo letto e sapevo che era una donna – o comunque meridionale.
Invece scopro, dopo qualche tempo, che si tratta di un’artista che non è siciliana ma umbra. E che vive da queste parti.
Da quel giorno non l’ho più persa di vista.
Ed ho amato le sue tele, piene di vita e di pesci, di sedie e di mondi sommersi, i suoi paesaggi liguri, le sue ceramiche dalle forme inusuali, con i ramarri che le risalgono, le sue incredibili piante con gli uccelli che stanno per spiccare il volo, il suo lettering e le sue citazioni delle formelle della fontana di Perugia e poi la sua rilettura dei tarocchi.
Giovanna Crescini, per me, non è una di quelle troppe numerose artiste e di quei troppi numerosi artisti che cercano il clamore e invocano la loro – presunta – originalità. Che peraltro è sostanzialmente impossibile in arte. Crescini cerca, come gli artisti veri, la poesia. Che è la vera cifra dell’arte. Della sua e di quella degli altri.
Ne trovo tanta nelle sue opere. Sia di ceramica che su tela. Anche perché i temi, in fondo, sono gli stessi. Cambia solo la materia.
Ogni opera di Crescini è la sintesi del suo percorso. Della sua vita. Del suo sguardo sul mondo. E sulle cose. Ma se dovessi scegliere un’opera tra quelle esposte ne sceglierei una fatta di due sedie, un lacerto di rete da pesca e una manciata di pesci. Le sedie sono la quotidianità rassicurante e domestica, lo stare insieme, la partecipazione. La rete è la trappola, dentro la quale tutti possiamo cadere. Ma dalla quale si può uscire, vivi o morti. E i pesci di Giovanna Crescini, che sono vivi anche se sono morti, lo raccontano con l’evidenza di un fotogramma, con la grazia dei colori e delle forme. Con la poesia insomma.

                                                                                                              Ferdinando Molteni

Orari apertura Galleria GULLIarte:

chiuso il lunedí mattina – pomeriggio 15.30/19.30 tutti i giorni 12.00/19.30

info:3478055044 – info@gulliarte.it


Sabato 1 febbraio 2025, dalle ore 17.30, fino al 23 febbraio 2025, ritorna in Galleria GULLIarte, a Savona in Via Nostra Signora dell’Olmo 9, una collettiva a tema sulla carta, dal titolo:
CHARTA
Charta, o meglio, la carta, è come una barca, o come un carro. Insomma: un veicolo che va e che porta quello che ci viene messo sopra.
Sa portare cose, memorie, fatti accaduti. Ma non solo: sensazioni, pensieri, emozioni. Talvolta porta storie, racconti, figure; oppure idee, calcoli, progetti, ma anche speranze, sensazioni, stati d’animo.
Perché la carta è docile. Si adatta alla forma, al peso e al carattere di ciò di cui è caricata. Certo è leggera, fragile, può essere effimera, ma se la tratti con la giusta cura, se la proteggi da strappi e incidenti, dall’acqua e dal fuoco, è capace di formidabili viaggi nel tempo. Traversate di anni, di decenni, di secoli.
Le merci che porta sono le più diverse: parole, colori, immagini, testi, composizioni, ma nel nostro caso, vedi un po’, figure.
A volte si carica di storia o di poesia, oppure di segni, disegni, spiegazioni.
Ma quando a caricarla è l’Arte, quella visiva intendo, la carta fa i viaggi più belli, quelli più coinvolgenti e immediati. Quelli ove non dobbiamo decifrare segno per segno, riga per riga, ma possiamo riempirci il cuore in un attimo, con uno sguardo veloce e immediato, per poi soffermarci a lungo, guardando più da vicino, con la luce giusta, ascoltando nel silenzio le voci degli artisti, che la carta porta per noi, con fedeltà. 
Charta, che ormai da cinque edizioni, grazie a GULLIArte, ci parla, è come una carovana che va, che attraversa il nostro orizzonte e ci porta il canto dei viaggiatori che l’hanno scelta per il loro cammino:
VALERIA BRUNO, LIA FRANZIA, MIRCO DENICOLÓ, MARIAN HEYERDAHL, OLE LISLERUD, SANDRO LORENZINI, CARLO PIZZICHINI.
Su, vediamo i loro racconti, ascoltiamo le loro figure.
Buona Charta…!